Una notizia che fa riflettere. Vivere o sopravvivere?

29 01 2007


Ecco una notizia che fa riflettere. La copio da Repubblica.

“Vorrei fare sesso almeno una volta nella vita”. Suore trovano prostituta a un giovane malato.
Oxford, la bizzarra missione delle religiose di un ospizio per disabili che hanno fatto felice Nick, 22 anni, affetto da una grave forma di distrofia.

LONDRA – Papa Wojtyla l’aveva detto: la persona disabile, come e più delle altre, “ha bisogno di amare e di essere amata, di tenerezza, di vicinanza, di intimità”. Parole prese alla lettera, sembrerebbe, da un gruppo di suore inglesi. Che di fronte a un ragazzo, che probabilmente non arriverà a compiere trent’anni, e che ha chiesto con insistenza di provare le gioie o comunque l’esperienza del sesso, hanno collaborato alla ricerca di una prostituta che assolvesse al compito. “Voglio fare sesso almeno una volta nella vita”. E così è stato.
Nick Wallis, 22 anni, costretto alla carrozzella da una forma devastante di distrofia muscolare, lo aveva chiesto più volte alle suore del Helen and Douglas House Hospice di Oxford, un ricovero per bambini e ragazzi affetti da handicap e malattie gravi, fondato nella celebre città universitaria da suor Frances. E’ stata lei a spiegare, in un’intervista alla Bbc, che “siamo arrivati alla conclusione che era nostro dovere sostenere Nick sotto il profilo emozionale, e aiutarlo a garantirsi una certa sicurezza fisica”.
Non è stata una decisione facile, è chiaro. La religiosa ha raccontato come in un primo momento si sia sentita completamente spiazzata di fronte alla richiesta del ragazzo. Che ha animato più di un dibattito fra suore, medici, infermiei, amministratori della struttura. Che prima di tutto hanno preso in considerazione l’ipotesi di commettere un reato, assecondando la richiesta di Nick e aiutandolo a organizzare un incontro a pagamento.
Dopo aver ricevuto rassicurazioni a questo proposito, il gruppo ha “sondato” il comitato etico dell’Hospice. Che, pure, non ha avanzato obiezioni sostanziali quando è stato informato che le condizioni cliniche non avrebbero mai consentito a Nick di avere una fidanzata e di poter, quindi, sperimentare le gioie dell’intimità, di un legame d’amore e reciproca attenzione. “Era pronto ad andare avanti con o senza il nostro sostegno – racconta suor Frances – e siamo giunti alla conclusione che era nostro dovere morale assisterlo”.
Un’infermiera dell’ospizio, Chris Bloor, ha aiutato il ragazzo a trovare, via internet, una donna all’altezza del compito. L’incontro è avvenuto a casa del ragazzo, con l’assistenza un’infermiera del Douglas House Hospice e un secondo assistente, in un’altra stanza, “in caso di bisogno”.
“Tutto è andato per il meglio – ha detto il ragazzo – lei si è rivelata una donna affascinante, intelligente e piacevole. Aveva circa trent’anni. Sapeva come fare con le persone nervose. Sono state due belle ore. Certo – ha ammesso – dal punto di vista emotivo non è stata un’esperienza al cento per cento appagante, ma mi ha dato fiducia e un certo grado di normalità. Non credo che necessariamente ripeterò l’esperienza. Ma nemmeno scarto del tutto l’ipotesi”.
Suor Frances è contenta di quanto accaduto, e anche della pubblicità che il caso sta avendo: “Nick ha messo la società di fronte a un tabù. Anche le persone portatrici di handicap vogliono amore a pieno titolo ma troppo spesso sono vittime di pregiudizi sociali”.
(27 gennaio 2007)

Ecco una notizia che fa riflettere. Mille domande girano per la testa, leggendo una notizia del genere. Probabilmente la più scontata è se sia eticamente giusto operare così.
Naturalmente ci si potrebbe fermare alla domanda ?ma è giusto che una suora vada a cercare una prostituta per un malato??. Potrebbe anche essere, a suo modo, una notizia pruriginosa, di quelle che fanno emergere risatine più o meno sommesse, ma secondo me apre ad un argomento importante. Sarebbe facile e stupido deviare il discorso sulla Bellucci che si tromba Scamarcio nella sedia a rotelle. Guardiamo la cosa senza ridere. Parliamo di qualità della vita per i pazienti terminali.
Quanta parte è giusto che una malattia si prenda di un essere umano? Tutti noi, credo, in prima battuta, siamo tentati dal dire che una malattia non dovrebbe prenderci mai, o quantomeno dovrebbe prendersi poco di noi. Ma è pur vero che talvolta ci si trova dinnanzi a malattie devastanti, che a poco a poco si prendono tutto, senza sosta, senza tregua. Si prendono il nostro corpo, la nostra mente, le nostre relazioni sociali. Inesorabilmente. A poco a poco anche i nostri sogni, le nostre speranze, i nostri desideri.
Certo il modo in cui le suore e i medici hanno operato è estremo e poco ortodosso, questo è innegabile. Ma è pur vero che ci sono situazioni speciali, situazioni ?limite?, in cui anche un operato estremo non mi sento di condannarlo.
Quando certe azioni si esplicano nella condivisione di intenti tra tutti coloro che ne fanno parte (in primis il ragazzo e la ragazza, in questo caso).
Quando ciò che muove non è il pietismo, ma l?obiettivo di far restare, per quanto possibile, un malato terminale in una condizione di socialità residua.
E? giusto che anche dinnanzi ad una male feroce, incurabile, progressivo, si abbia il coraggio di seguire (almeno per quel poco che è possibile) la strada dei desideri, dei bisogni.
Si parla spesso del problema della libertà di scelta nelle cure, da parte del malato irreversibile. Si parla spesso di eutanasia e libero arbitrio. Giorni fa ne ho scritto anche io qualcosa rispetto alla Sclerosi Laterale Amiotrofica, riportando i dati di alcune ricerche americane.
Questa notizia va ancora più a fondo nel problema.
Non solo libertà di scelta rispetto alla morte, ma rispetto alla vita, alla possibilità di vivere e non solo sopravvivere. Il problema non è solo se sia possibile scegliere quanto vivere. Il problema vero è quello di poter garantire in ogni sua parte una qualità della vita che sia almeno sufficiente.
Certe notizie si fanno sempre più frequenti e credo che sempre più lo saranno, perché la società che viviamo, l?aria appestata che respiriamo, i cibi schifosi che mangiamo sempre più spesso creeranno purtroppo malattie gravi ed irreversibili.
Urge che il governo italiano ne prenda atto. Urge che il governo, il Ministro della Salute in primis, compia delle scelte necessarie in modo ragionato. E? giusto che i malati terminali non si limitino a sopravvivere, ma vivano al meglio delle loro possibilità, sino all?ultimo.
E non si dica, come al solito, che certe cose fanno parte della libertà di coscienza ed il governo non può entrare nel merito. Vi abbiamo votato per questo! Perché entrate nel merito di scelte difficili, complicate e urgenti.
Migliaia di malati, migliaia di familiari, aspettano risposte sull?assistenza domiciliare, sulla sostenibilità dei farmaci con effetti collaterali gravi, sull?inclusione in esperimenti di ricerca, sul libero arbitrio dinnanzi alla terminalità, sugli aiuti sul lavoro. Si fa finta che il problema non ci sia, si lascia che il peso delle scelte dure ricada sui familiari che sono già altamente stressati .

Bisogna vivere, non solo sopravvivere.