Invictus

5 03 2010

Di ritorno da Pandora, ed in procinto di partire per il Paese delle Meraviglie, mi sono fermato per una sosta nel mondo che ormai potremmo definire semplicisticamente “2d”. Più precisamente nel Sudafrica luminosamente descritto da Clint Eastwood, nel suo ultimo capolavoro “Invictus”.

Il film narra uno spaccato di vita del leader sudafricano Nelson Mandela, odierno Presidente della Repubblica del paese africano; più precisamente 5 anni, il periodo che intercorre dal 1991, anno in cui Mandela uscì di prigione, sino al 1995, anno in cui la squadra nazionale vinse i mondiali di rugby. Protagonisti del film sono Morgan Freeman (nei panni del presidente) e Matt Damon (nei panni del capitano della nazionale).

Un film luminoso, pieno di suggestioni e speranze, che parla del valore della multietnicità, dell’ importanza di un reciproco sforzo necessario di accettarsi, perdonarsi, comprendersi, per poter davvero costruire un paese libero ed indipendente che possa confrontarsi con parità di diritti al tavolo dell’occidente.

Morgan Freeman è strepitoso in un ruolo che giustamente lo porta all’ennesima nomination all’oscar (che però probabilmente non vincerà). Matt Damon si fa inevitabilmente da parte davanti a Freeman, ma esce comunque più che degnamente dal film, anche lui con una bella candidatura alla statuetta per miglior attore non protagonista.

Ma colui che non smette mai di stupire è Eastwood. Alla sua veneranda età ha ancora un sacco di cose da dire, senza cadere in stupide diatribe tra progressisti e conservatori. Spesso dando lezioni a tutti, soprattutto in riferimento a quello che è ormai un suo “cinema civile”. Se si pensa ai film da lui girati negli ultimi anni, vengono fuori capolavori assoluti quali “The unforgiven”, “Mystic river”, “Million dollar baby”, “Gran Torino”. Ed anche “Invictus” non è da meno, girato con una sapienza stilistica impressionante. Basti pensare alle tante splendide scene girate durante le partite di rugby. Si è letteralmente trasportati dentro la partita, respirandone l’aria, soffrendo per i lividi dei giocatori, sentendosi parte di un gruppo di ragazzi che non vince solo una coppa, ma soprattutto si sforza di riunire in un solo sogno una nazione che ancora si martirizza in conflitti tra etnie e comunità.

Usando una luce naturale, registrando nei luoghi in cui la storia ha scritto pagine crude di razzismo e magnificenti di libertà, Eastwood utilizza uno stile comunque secco e senza troppi fronzoli per spiegare l’idea di Mandela. Il neo presidente, appena eletto, si trova di fronte una maggioranza di neri che vivono in povertà ed in qualche modo aspirano ad una simil-vendetta dopo i tanti torti subiti nel periodo della schifosa apartheid, ed una minoranza di bianchi afrikaneers ex detentori del potere, che ancora gestiscono buona parte delle risorse finanziarie del paese. Il rischio di un conflitto civile è sempre più alto e Mandela reagisce a tutto ciò cercando di unire il paese in una squadra sola, che sia portavoce non più solo dei bianchi ricchi ma di milioni di persone.

La divisa degli “springbox”, che prima era simbolo del potere bianco, diventa l’immagine di un paese nuovo, che vuole cambiare, voltando pagina, verso un nuovo futuro di unità.

Quanta pura e semplice verità è presente in queste due ore. Quanta speranza!

Il titolo riprende la poesia dell’autore inglese W.E. Henley, che Mandela aveva letto negli anni in cui era rinchiuso in una micro-cella, per darsi coraggio.

Dal profondo della notte che mi avvolge
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all’altro,
ringrazio qualunque Dio esista
per l’indomabile anima mia.

Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l’angoscia.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l’orrore delle ombre
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.
Io Sono il signore del mio destino:
Io Sono il capitano della mia anima.

Tenetevela cara questa poesia. Son parole che fanno pensare. Hanno mantenuto in vita Mandela e sono di esempio per tutti noi, che ci affanniamo nelle nostre vite, cadendo, rialzandoci, ricadendo, senza la voglia di smettere. Splendide parole. Ce le dedica Clint Eastwood.

invictus

p.s. : sto cercando di capire come funziona sto blog.. sembrava che avevo tolto la moderazione ai commenti e invece ancora no.. spero di riuscire al più presto… ahimè per 3 giorni di seguito sto blog è stato inutilizzabile perchè era “in manutenzione”… bhò…