Happy Family. Consigliatissimo!!

5 04 2010

Il filosofo greco Protagora di Abdera nacque in Tracia nel 486 avanti Cristo. Fu uno dei padri della sofistica e del pensiero relativistico. Più volte soggiornò ad Atene, divenendo amico di autori quali Euripide e politici quali Pericle. Accusato di empietà per le sue posizioni agnostiche in ambito teologico, fu condannato all’esilio e morì in un naufragio, lontano da Atene, il 411 avanti Cristo.
La sua più famosa affermazione, che un po’ racchiude tutto il suo pensiero sull’essere umano e su come questi dia un senso a quanto gli sta attorno, è : “L’uomo è misura di tutte le cose: quelle che sono, in quanto sono; e quelle che non sono, in quanto non sono”.
L’uomo è il metro del mondo, nella misura in cui il mondo sa mettere paura e sa esser meraviglioso perché lo vediamo così. Il mondo è colorato ed in bianco e nero nella misura in cui i colori li vediamo o non li vediamo. Il mondo è caldo ed è freddo, nella misura in cui lo viviamo con passione o lo viviamo con timore. Il mondo è amichevole e il mondo è ostile, nella misura in cui ci apriamo agli altri o li respingiamo sentendoci da essi a nostra volta respinti. Il mondo è bello e il mondo è brutto, nella misura in cui ci vogliamo bene, abbiamo fiducia in noi stessi e questo mondo proviamo comunque ad esplorare, oppure no. Il mondo ha un senso, oppure non lo ha, se questo senso lo cerchiamo, oppure no.
Il mondo non offre spiegazioni, aumenta solo le nostre curiosità. Se siamo curiosi.
Gabriele Salvatores costruisce un piccolo semplice film, che essenzialmente parla di questo. Un film piccolo e colorato, come i giocattoli di legno, che un po’ tutti avevamo da bambini e a rivederli ora sembrano piccoli e colorati, ma a guardarli bene si aprono a mille emozioni, a mille sapori e ricordi. La complessità insita nelle cose che appaiono semplici.
“Happy family” è un bel film davvero. Un piccolo semplice manuale che non mira a spiegare, ma semplicemente descrivere l’essere umano nelle sue paure e nella sua capacità di sorprendersi in piccole cose che nella loro semplicità contengono una grande complessità e viceversa. Strizzando l’occhio a Pirandello e ai suoi “6 personaggi in cerca d’autore” ed a Woody Allen (soprattutto “La rosa purpurea del Cairo” e “Manhattan”), parla di uno sceneggiatore che si confronta con i personaggi della trama che sta scrivendo. Chiuso nella sua stanza, impaurito dal mondo, lo scrittore (bravissimo Fabio De Luigi) scrive una storia in cui casualmente ha un incidente stradale con una signora (Margherita Buy). Per farsi perdonare, lei lo invita ad una cena in cui si incontrano due famiglie che sono unite dal fatto che i due ragazzi dei rispettivi nuclei hanno scelto di sposarsi, benché abbiano soltanto 16 anni. La prima è una famiglia borghese, composta da un padre (meraviglioso Fabrizio Bentivoglio) che sa di avere ancora pochi giorni di vita e non sa come dirlo agli altri, una madre (Margherita Buy) insoddisfatta, una figlia maggiore (Valeria Bilello) depressa, ossessionata dal silenzio, dal percepirsi incapace, e dai cattivi odori, ed un figlio minore, da tutti definito “particolare”, dai modi dandy vagamente effeminati, che si è intestardito a sposare una campagna di scuola. A ciò si aggiunge una simpatica nonna, affetta dalla sindrome di Alzheimer, che ripete costantemente le stesse cose. L’altro nucleo familiare è un pò più naif, con un padre un po’ cazzaro (un Diego Abbatantuono perfetto per il ruolo), una madre un po’ ansiosa, svampita e beverona (dolcissima Carla Signoris, sempre sempre sempre più brava), una figlia (promessa sposo del ragazzo) vagamente darkeggiante, stile cartoon di Tim Burton.
Ad un certo punto, lo scrittore, in crisi con il racconto, sceglie di lasciare la storia inconclusa, con un finale aperto, che lascia molti dubbi su quanto accadrà. I personaggi allora si ribellano, gli occupano la casa, e non gli danno tregua finché lui non chiuderà la storia con tutte le varie sottotrame. Il finale alla fine ci sarà, anche se poi lascerà spazio ad un ulteriore finale aperto, riprendendo in qualche modo quell’ altro piccolo grande film che è “I soliti sospetti”.
Intrigante l’uso dei monologhi, o “soliloqui” (per come diceva Shakespeare), che riprende in toto l’originale tessitura teatrale che aveva il lavoro (originariamente testo teatrale). Ottima l’idea di aprire e chiudere il film con un sipario. Molto bella l’idea dell’incubo raccontato dalla figlia maggiore. Interessante l’utilizzo della musica, e particolarmente quello dei colori, della fotografia, che riporta in alcuni istanti al “Favoloso mondo di Amelie”.
Un piccolo gioiello prezioso di film. Non c’è altro da dire.
Un film per chi ha paura della, e nella, vita. E per chi della, e nella, vita si meraviglia.
Quest’anno pensavo di trascorrere la Pasqua da solo, perché Simona il mese scorso mi aveva detto che per motivi di lavoro non poteva venire a Palermo e visto che avrebbe lavorato anche a Pasquetta, per recuperare un po’ di lavoro arretrato, avevo evitato di andarci. Venerdì pomeriggio mia sorella e mia madre mi chiamano dal balcone di casa, mentre ero sul divano a leggermi Dylan Dog e mi dicono che mio padre ha bisogno di me per salire un pacco. Io faccio per scendere, ma loro mi dicono “affacciati prima, vieni qua”. Mi affaccio e vedo mio padre con Simona sotto casa mia e tutti a farsi una gran risata, dicendomi che mi avevano fatto un superscherzo, organizzando da settimane questa sorpresa pasquale. Lo stupore è stato quasi più della grandissima felicità che ho provato. Insieme alla percezione di essere amato da una donna davvero speciale.
La vita può far paura, ma può anche meravigliosamente sorprendere. Perché la vita sono le persone che abbiamo intorno e il modo in cui noi le cerchiamo, le scegliamo, le coinvolgiamo, per costruire qualcosa di bello, utile, importante.
Un invito all’ottimismo, da parte mia e di Gabriele Salvatores.

happy family