Alice in Wonderland

27 03 2010

Cos’hanno in comune un corvo ed una scrivania?

Eh?

Che hanno in comune?

Questo si chiede il Cappellaio Matto, nel corso dei libri di Lewis Carrol “Alice nel Paese delle Meraviglie” e “Oltre lo specchio e ciò che Alice vi trovò”.

E questo si chiede Johnny Depp, nei panni del Cappellaio, nel film “Alice in Wonderland”, di Tim Burton. Cos’ hanno in comune un corvo ed una scrivania?

Mentre scrivo, mi viene da pensare a quanto io sia cresciuto con Burton, nel corso degli anni. Sono cresciuto con Batman e la Gotham City da lui rappresentata. Con Jack Skeleton e la Sposa Cadavere. Con i marziani cattivi e gli umani deficienti di “Mars attacks!”. Con il padre contastorie (o contaballe) di “Big Fish”. Mondi rovesciati. Mondi dolci e spietati. Grotteschi e metaforici, tristi ed ironici. I mondi di Tim Burton, in cui le leggi che ci sembrano eterne vengono sovvertite, come accade nel mondo di “sottosopra” dentro cui cade Alice: il re di Halloween porta i regali di Natale, un figlio non sa distinguere il vero, il falso, il verosimile nelle parole del padre (chiedendo una storia e comprendendo alla fine che  l’importante non è la storia, ma aver voglia di raccontarne ancora una, per dolce o crudele che sia), dolci donne gatto diventano temibili mistress. Il cervello dei marziani viene spappolato da una canzoncina folk tremendamente kitch.

Questo è il mondo di Tim Burton e si potrebbe pensare che in fin dei conti non è poi così diverso da quello di Caroll. Dunque è normale che prima o poi Burton sia giunto a parlare di Alice e del Cappellaio, visto che in verità nella sua vita non aveva fatto altro, implicitamente. Attraverso figure diverse, Burton ha sempre trattato paesi “delle meraviglie”: la fabbrica di cioccolata, sleepy hollow, il pianeta delle scimmie, l’aldilà di Bettlejiuce, Gotham.

E la scelta di Burton è quella di prendere la storia complessiva dei due libri e rifarla a modo sua, secondo una sua libera interpretazione, che forse è più interessata ad “Oltre lo specchio”.

Del resto, a pensarci bene, rifare per l’ennesima volta “Alice nel paese delle meraviglie”, che senso aveva? E’ già stato fatto da altri, e anche da lui, seppur in modi diversi.

La scelta di Burton mi ha ricordato quella attuata da Spielberg quando, volendo trattare Peter Pan, lo rifece a modo suo, con un film forse da rivalutare, che era “Hook” (ai tempi se ne è detto troppo male.. ora forse andrebbe riscoperto in molti risvolti psicologici..) .

“Alice in wonderland” è un film divertente. Brioso, ben recitato. L’effetto 3d non aggiunge poi tanto alla messa in scena, ma non la ostacola neanche. Diciamo che non cambia nulla. La messa in scena è quella a cui Burton ci ha abituato. Forse questo è il problema del film: non si nota alcuna differenza rispetto ad altri mondi da lui già dipinti. E il modo in cui Depp fa il Cappellaio, non è troppo diverso dal modo in cui ha fatto altri personaggi. Ma questo, semplicemente perché Depp ha sempre avuto il cappellaio matto come modello recitativo nella sua vita, e Burton ha sempre avuto Carrol come riferimento culturale per le sue trame.

E’ il problema insito nel quando un artista ama un capolavoro, lo cita implicitamente sempre, ponendolo come cardine della sua estetica e poetica e alla fine sceglie di rappresentarlo. Forse è una cosa che non si dovrebbe fare.

Hitchocock aveva la psicanalisi in testa, gli incubi, i sogni. Parlo meravigliosamente di psicanalisi in “La donna che visse due volte”, in “La finestra sul cortile”, in “Psycho” e così via. Quando volle fare un film sulla psicanalisi, fece “Io ti salverò”, e gli riuscì peggio degli altri.

Benigni ha sempre avuto come riferimento culturale “Pinocchio”. E’ un Pinocchio il suo “Piccolo diavolo”, lo è il suo personaggio di “Non ci resta che piangere”, oppure il suo Johnny Stecchino. Lo ha volutamente citato anche in “La vita è bella”. Quando ha voluto fare per davvero Pinocchio, gli è riuscito meno bene.

A Kenneth Branagh è riuscito molto meglio il piccolo delizioso film “Nel mezzo di un gelido inverno..” su una compagnia bislacca che mette in scena Amleto, che non il successivo monumentale “Amleto” di 4 ore.

Kubrick, per fortuna, non fece mai il “Napoleone” che si era fissato a fare. Fece “Barry Lindon” che è un capolavoro, e convinse poi Nicholson a fare “Shining”.

Succede. Gli esempi sono tanti. Un artista ama profondamente una cosa e la mette al centro del suo lavoro. Fino a che la cita, fino a che ne fa un riferimento, le cose vanno benissimo. Se la prende di petto, va meno bene. Non lo so perché accada. Può essere che ci sia paura e confrontarsi con ciò che si ama così tanto. Può essere che emerga la voglia di fare il capolavoro.

“Alice in Wonderland” è un film piacevole e divertente. Non è un capolavoro, come altri suoi film. Ci può stare, e forse era anche prevedibile.

La Regina di cuori è il personaggio meglio descritto e meglio recitato, da Helena Bonham Carter. Come mai questa non abbia ancora vinto un premio importante nella sua carriera è un mistero. Secondo me è grandissima.

Per parlare di “Alice nel paese delle meraviglie” in sé, come letteratura e psicologia, ci vorrebbe un altro post. Mi riprometto di farlo in futuro, anche se in parte l’ho già fatto

alice locandina

p.s. : a scanso di equivoci.. qualora non si fosse capito.. a me sto nuovo blog non mi piace nemmeno un pò..