I Ggiovani

28 06 2010

“Sono giovani.. se la caveranno..”

Qualche giorno fa, così di passaggio, ho ascoltato un frammento di colloquio tra due signore a bordo piscina. Le vacanze sono ben lontane dal cominciare ancora, ma ero riuscito a beccare una mezza giornata di sole (il mare era una fetecchia, ma almeno c’era il sole..).

E così ho ascoltato sta frase che mi ha fatto un po’ riflettere. Non so bene quale fosse l’inizio della conversazione, ma suppongo si parlasse di una giovane coppia un po’ in difficoltà. E una delle signore diceva all’altra “Sono giovani.. se la caveranno”.

Ora, vorrei dire che a dispetto di quanto si possa pensare comunemente, non credo che esser giovani, di per sé, sia un pregio o quantomeno un sicuro elemento di forza.

Almeno non nell’Italia di oggi.

E’ un elemento di forza avere studiato, avere un lavoro, avere voglia di fare e creare, non abbattersi. E’ un elemento di forza avere un po’ di soldini e magari anche essere carini.

E’ un elemento di forza avere buone amicizie e trovare uno spazio per lo svago e la riflessione personale in questo periodo in cui sembra si debba sempre correre di qua e di là.

Ma essere giovani non vuol dire essere per forza più forti. O più creativi. Non è che uno se è giovane se la cava più facilmente in quanto è giovane.

Soprattutto in una società in cui non va in pensione nessuno. In cui i posti di comando sono mantenuti saldamente da chi ha ben più di 60 anni.

Non voglio dire che esser giovani è una sfiga, ma certo non è nemmeno sta gran festa, a dirla tutta.

Ecco.




2000

29 05 2010

(la parte scritta venerdì)

Quante sono due mila persone? Si scrivono due mila o duemila? Sono tante? Sono poche?

Se ad un concerto rock vanno in duemila possono essere pochi, ma se il concerto è in un teatro possono pure essere troppe. Se duemila persone vanno ad una partita vuol dire che c’è lo stadio vuoto, ma se vanno ad una manifestazione, un sit-in, o in un corteo possono essere moltissime. Quante sono duemila persone? Tante da poterle vedere tutte in faccia, ma troppe ricordarne il nome?

Quando ero piccolo, nei primi anni ’80, si pensava al 2000 e si credeva che avremmo camminato con le navicelle spaziali. Alcuni pensavano che avremmo respirato con le maschere antigas per via della guerra nucleare e avremmo mangiato con pillole di alimenti superconcentrati. Il 2000 poi è arrivato, ed ha portato il videofonino, internet, il g8 di Genova, l’attentato alle torri gemelle di New York, Obama e i Tokio Hotel.

2000.

Oggi per via delle targhe alterne a Palermo sono andato al dipartimento dell’università con la metropolitana. Verso le 12:30, avendo finito di contattare alcuni colleghi in giro per l’Italia per il prossimo congresso nazionale di psicologia a Torino, ho guardato il sito di Repubblica ed ho letto che in quello stesso istante, mentre io mi trovavo comodo in una stanza di un palazzone di Palermo, un commando di terroristi aveva preso in ostaggio 2000 persone in due moschee in Pakistan.

Voi lo sapete dov’è il Pakistan, vero? In questo momento, senza vedere la cartina, il Pakistan lo sapete dov’è?

Allora ho chiuso il computer (pardon.. si dice “ho spento il computer”) e sono uscito dalla facoltà ed ho camminato fino alla fermata della metropolitana.

Mentre passeggiavo, pensavo alla mia giornata, a quello che avevo fatto di mattina e avrei fatto di pomeriggio. E pensavo a qui duemila, lontani migliaia di chilometri da me, in ostaggio dentro le moschee.

Quante sono 2000 persone in una moschea? Tanti? E 2000 in 2 moschee quanti sono? Ce li si può immaginare? E come sono quando hanno paura? Come sono quando urlano? Qual è la differenza tra 2000 persone allegre e 2000 persone spaventate ?

Mentre passeggiavo ho scritto un sms e l’ho inviato ad alcune delle persone con cui sono abituato a parlare e che ritengo intelligenti e capaci di belle riflessioni.

Ho scritto così : “Quando uno legge al pc che 2000 persone sono in ostaggio ora in 2 moschee in pakistan, la nostra giornata dovrebbe cambiare, forse. E invece no. Ma perché?” .

Poi sono sceso alla fermata e ho preso il treno e non c’era più campo.

Quando sono uscito dalla stazione vicino casa mia, il telefonino è tornato raggiungibile e mi sono arrivati alcuni messaggi di risposta.

“Forse perché sono lontani e l’attenzione non è la stessa che fossero qui. O forse perchè ormai siamo abituati o forse perché sai che ti amo tanto e sei felice nonostante il pakistan”.

“Perché la società moderna ci ha reso tutti egoisti”

“Credo dipenda dalla quota di egoismo insita in ognuno di noi che, pur senza cattiveria, ci allontana dalla realtà altrui, giusto quanto basta da non sentirla come fosse propria. Troppa frenesia, troppo sofferenza, troppo riduzionismo dell’essere umano: fuga dal dolore, direi!”

“Forse perché pensiamo che sono eventi che accadono a chilometri di distanza e soprattutto, egoisticamente, non ci capiteranno mai”.

“Perché le tragedie altrui.. sono degli altri.. e perché siamo stanchi e forse assuefatti.. e perché comunque in noi ha messo radici un male di vivere che ci impedisce di dimenticarci di noi.. se non per pochi minuti.. e poi.. siamo ancora e di nuovo soli col nostro mare..”

 “Mi sa che ci schermiamo dalla sofferenza, come se non riguardasse davvero anche noi quello che succede oggi altrove, nella speranza che questo non ci tocchi mai.. facendo come se.. però poi ci sono quelli a cui cambia eccome la giornata, forse dobbiamo scegliere solo da che parte stare..”

“Non ne sapevo nulla. Credo ke nn s’impazzisca x 1 anestetizzante spirito di sopravvivenza ke restringe la realtà del mondo solo a quello che ci è prossimo..”  

Quando sono tornato a casa ho acceso la tv e guardato il telegiornale per vedere come si evolvesse la situazione. Non dicevano nulla, non ne parlavano. Poi alla fine due parole, perché nel frattempo la notizia aveva mutato forma, ed era diventata così : “Attacco alle moschee in Pakistan: 20 morti”.

Da 2000 persone in ostaggio a 20 morti. Da 2000 persone terrorizzate a 20 deceduti, che sembrano persino poco rispetto al fatto che poche ore prima erano morte oltre 60 persone in un attentato su di un treno in India.

1980 persone oggi sono ancora vive, ma per molte ore hanno pensato di essere lì per morire dentro una moschea. Per un istante viene da pensare “vabbè insomma sono ancora vive, alla fin fine, che importa.. meglio così..”. Ma millenovecentottanta persone terrorizzate sono tantissime.

Io non le conosco 1980 persone, figurarsi se ne conosco 2000. Voi le conoscete?

Adesso su Facebook la gente ha 300 amici, 480 amici, 740 amici, 1200 amici, 2750 amici.

Io non ho così tanti amici, ma mi stanno bene le poche persone a cui voglio bene e che stimo. E credo che un po’ in tutte le risposte che mi hanno dato queste persone ci siano delle cose giuste.

Forse c’entra la distanza. Forse c’entra il sentire che abbiamo comunque qualcuno vicino a noi che ci scalda il cuore e ciò ci permette di vivere ancora con più forza malgrado lo schifo intorno. Forse c’entra che siamo egoisti e pensiamo che certe cose non ci accadranno mai. Forse l’egoismo è dovuto alla società e ai ritmi che ci impone di mantenere, forse è una nostra barriera intima e protettiva che ci serve per andare avanti. Forse perché ognuno ha già la sua solitudine ed il suo mare con cui fare i conti. Forse perché quella è semplicemente gente che non conosciamo.

Ma se lì ci fossero state 2000 persone che conosciamo? 2000 persone sono tante: la mia famiglia, i parenti anche più lontani, la mia fidanzata ed i parenti della mia fidanzata, i miei compagni d’asilo, i miei compagni di classe delle elementari, delle medie, del liceo. Le persone con cui ho chiacchierato almeno una volta all’università e i professori con cui ho dato materie. I bambini che vedevo nel progetto scolastico dal 1999 al 2001. Le persone che ho visto per lavoro dal 2003 ad oggi, che saranno circa 300, forse anche 400, tra ospedali, università, sindacato, corsi di formazione, squadra di football. Anche 500 magari. Forse. O anche no. I colleghi del corso di perfezionamento. I colleghi della scuola di specializzazione. I colleghi del dottorato. Quelli che tra loro sono diventati amici. Quelli che siedono accanto a me allo stadio. Quelli che vedo al bar e dal tabaccaio. Il fruttivendolo, il panettiere, il commesso che sta alla cassa del supermercato. Il signore zoppo che da anni fa la riffa la domenica in piazza. Quello che mi sbiglietta i biglietti al cinema. I blogger che conosco. Si arriva a 2000? Forse..

A immaginarli lì.. tutta questa gente, tutta la mia vita praticamente.. tutti ammassati dentro una normale chiesa cattolica.. nella mia città.. con dei terroristi che li tengono in ostaggio.. come me la cambia la giornata?

Come te la cambia la giornata? E come la cambia ad un italiano qualunque che di me non gliene frega niente? Se tutta la gente che io conosco, tutta la gente con cui ho parlato, che ho incontrato nella mia vita, se tutti questi visi fossero in ostaggio.. come gliela cambia la giornata ad un francese, ad un russo, ad un tailandese che non sa magari l’italia dov’è, ad un giapponese che corre tutto il giorno, ad un australiano.

Come la cambia ad un pakistano? Più o meno quanto i morti pakistani la cambiano a noi.

 

(aggiornamento del sabato)

Il giornale di stamani (“la Repubblica”) riporta che alla fine i morti sono stati più di 80. I morti nel treno in India più di 100. Le due notizie ci stavano bene all’interno di una sola pagina. La pagina accanto è tutta occupata da una foto di Belen Rodriguez vestita di rosso.




Fame-book

14 05 2010

Ieri pomeriggio ho svolto, insieme ad un collega ed una giovane tirocinante, un laboratorio con un gruppo di bambini presso lo studio di un pediatra di base.

Il lavoro aveva come oggetto la sana e corretta alimentazione. Devo dire che è andata abbastanza bene, almeno per 60 dei 90 minuti previsti. Diciamo che tenere testa ad una quindicina di bimbi e ragazzi dai 6 agli 11 anni non è semplicissimo, ma penso che tutto sommato ci siamo riusciti.

Tutto sommato i bambini mi sono sembrati abbastanza consapevoli di cosa sia una giusta alimentazione, più di quanto sospettassi inizialmente. Avevamo costruito un cartellone con la piramide dell’alimentazione, dalla base, con i cibi e le sostanze che è importante assumere tutti i giorni (pane, pasta) a quelli intermedi (verdura e frutta, poi carne e uova) a quelli che sarebbe bene assumere il meno possibile (dolciumi vari).

Abbiamo ipotizzato un’attività che si basasse sull’ “esperire e spiegare”, cioè presentavamo diversi prodotti (pezzetti di formaggio, di pane, di carote, di mele..) e loro inizialmente dovevano descriverci colori, sapori, profumi. Poi raccontare come e quanto mangiavano quel prodotto.

Devo dire che quando avevo 8 anni io, non sapevo tutte queste cose. Si sono divertiti. Almeno fino a quando hanno iniziato a sentirsi stanchi e hanno cominciato a scappare di qua e di là e allora ho fatto subito sparire i prodotti prima che se li tirassero o mangiucchiassero.

Interessante anche quando si è cercato di farli parlare sul concetto di “fame”. E’ risultato molto difficile per loro raccontare cosa sentono, cosa provano, cosa percepiscono, quando hanno fame. Alcuni hanno riferito di sentirsi “vuoti”, altri “tristi”, uno ha detto di avere “dolore alla pancia”.

Poi da un discorso sul mangiare ci si è spostati su uno relativo all’ “assunzione” di televisione e soprattutto di computer.

E lì sono cominciati i guai.

Devo dire che c’è da preoccuparsi. Io, almeno, mi son molto preoccupato. Bambini di 8 anni iscritti a Facebook, con una falsa identità di 21enni. Bambini che mi dicevano “Antonio ti posso inviare l’amicizia?”.

Ragazzini che comunicano su msn. Da soli. Che raccontano di genitori che stanno in altre stanze, ma sono tranquilli perché tanto hanno messo nel computer “il programma che gli dice quello che guardo su internet”.

Ragazzini, accompagnati da giovanili nonne, che avevano in mano un videogioco nuovo di zecca, comprato prima di venire dal pediatra, rigorosamente vietato ai minori di 18 anni.

E lì c’hai un bel dire “piccolo, ma questo è un gioco per grandi !”, perché il ragazzino, o il bambino, se ne frega (come è normale che sia).

Ci sono due cose che mi viene da dire.

La prima. L’utilizzo dei videogiochi come riferimento può portare anche a immagini della storia esilaranti, in cui i protagonisti diventano eroi da fumetto.

“Dovevo fare una ricerca su Giulio Cesare come compito per casa.. allora ho scritto Cesare.. sulla barretta laterale.. e ho copiato quello che c’era messo”

“E chi era Giulio Cesare?”

“Un imperatore che ha combattuto contro Attila” (facendo il gesto del pugno..).

La seconda. So bene che quando avevo 13 anni cercavo qualunque stratagemma per guardare “Colpo grosso” in tv, perché il cartoon “Occhi di gatto” non mi bastava più. E’ stato sempre così, ci sono le prime curiosità, le prime voglie di scoprire e vedere. O.K. Ma che cazzo… ma che genitori sono quelli che lasciano che il figlio di 9 anni stia su Facebook e faccia amicizia con chiunque con la scusa del gioco del cagnolino o della fattoria o di altre stronzate così ?? E’ pericolosissimo !! Come fanno a non capirlo sti idioti?? Che poi sono gli stessi genitori che dal lavoro stanno su Facebook a curare l’alberghetto o il ristorante, e magari c’hanno pure i figli per amici !! ma che mondo è ??

Bimbi capaci di dire cos’è un download e incapace di raccontare le sensazioni che provano quando hanno fame.




Obiettivo raggiunto !!

6 05 2010

Ultimamente sono stato un po’ latitante… lo so…

Si lavora tanto e ci si stanca di più.

Con piacere e gratificazione dico ai miei blogfriendzz che il 23 Aprile ho svolto la discussione finale del dottorato ed è andata benone!! In verità ero stato più angosciato a Novembre, quando avevo dovuto consegnare la bozza della tesi, poi il resto è stato in discesa. Ho sentito più ansia al primo traguardo intermedio, che non in quello finale, anche perché il lavoro era ormai più che fatto. Ho esposto 3 ricerche compiute in questi anni in riferimento a pazienti dializzati e ho focalizzato l’attenzione soprattutto sulle risorse e sulle pratiche di supporto. Del resto, come ho espresso nella discussione, il fatto che la qualità di vita dei dializzati domiciliari e ospedalizzati sia penalizzata non è una gran scoperta. E’ molto più significativo e utile (per la costruzione di nuove pratiche terapeutiche) il fatto che sia emerso come con i pazienti domiciliari sia necessario lavorare sul senso di autoefficacia personale e sulla percezione del sostegno da parte della famiglia (soprattutto nel training pre-dialisi), mentre con i pazienti emodializzati ospedalieri il ruolo del sostegno familiare è molto meno significativo (certo è utile, ma non centrale) mentre è molto più importante promuovere una capacità di adattamento creativo, un’attitudine positiva, con una capacità di rielaborare l’evento in un’ottica di crescita personale. In questo si nota bene la distinzione tra un paziente che svolge la dialisi da solo a casa, confidando nelle sue risorse, ed un soggetto che si sottopone ad una dialisi ospedaliera che non dipende dal suo agire e che sembra capovolgere il suo mondo. In questo caso ciò che puoi aiutarli a star meglio sono cose diverse e posso sinceramente dire che il mio lavoro di questi anni è servito a dimostrarlo.

Ora non so bene cosa accadrà, perchè assegni di ricerca non ce ne sono e posti da ricercatore.. ihihihihih… ahahahaha.. vabbè va… ma dico sempre ai miei pazienti che la frustrazione per un futuro incerto non ci de impedire di percepire la soddisfazione del buon lavoro svolto e dei risultati raggiunti.. e quindi godo dei risultati anche se il futuro è mooolto incerto..

Porterò i risultati al congresso mondiale di Città del Messico, in estate. Ma non penso ci andrò di persona, perché soldi non ce n’è ed immagino che l’ospedale pagherà solo il volo del primario.

Eh vabbè, così vanno le cose.. mi basta che il mio nome sia nel congresso.. è già tanto..

Nel frattempo lo studio privato, a poco a poco, comincia a partire.. seguo una famiglia.. genitori e bimbo..

Sto anche lavorando a nuove tecniche e metodi da poter usare in terapia.. ma non ve ne parlo perché altrimenti divento noioso.. dico solo che ciò che mi interessa è dare ai pazienti la possibilità di portare in seduta delle immagini di loro stessi sulle quali poter ragionare attraverso il contributo che do loro.. e questo soprattutto attraverso mezzi non verbali.. suoni.. disegni.. ciò ha un maggiore impatto emotivo e fa loro meglio comprendere il percorso interiore che stanno compiendo. Per una semplice cosa: se una cosa la sentiamo dentro la testa è utile, ma se un cambiamento lo sentiamo dentro la testa e dentro lo stomaco (con tutto il bello e il brutto che può esserci) lo avvertiamo ancora meglio..

Insomma ci sto provando..

Un abbraccio a chi passa da qui :)




La bimba e le bambole rotte

28 03 2010

C’è una bambina che gioca da sola.

C’è una bambina che gioca da sola, con tante bambole, in un salone grande grande e vuoto, che non c’entra mai nessuno, perché nessuno viene mai a fare visita in quella casa. Ed è pulito, ed è in ordine, ed è tutto a suo posto. Come se chissà chi dovesse venire un domani. E non viene nessuno. E gioca, gioca con le sue bambole e le dà vita. E le anima, e fa fare loro mille cose, mille personaggi mille storie. Vorrebbe costruire per loro mille storie e mille mondi. Ma le bambole sono leggere, sono troppo leggere, non possono fare tutte quelle storie, non possono vivere in così tanti mondi diversi e si rompono. Perché sono bambole e le bambole si rompono. E si rompono e lei le aggiusta.

Di volta in volta quelle bambole si usurano, si rompono e lei le aggiusta. Le aggiusta. Cerca la colla, cerca l’adesivo, cerca lo spago, cerca i cerotti.

E la bimba cresce e le bambole si fanno sempre più piccole. E fragili. E si rompono, si rompono, si rompono. E lei si affatica, si addanna, che le deve aggiustare, aggiustare, aggiustare, aggiustare. Ma le bambole si rompono. Non lo fanno perché sono cattive, ma solo perché sono leggere, di plastica leggera. E si rompono.

E lei cresce, cresce anche se non vuole, anche se ha paura perché le dicono che quando sarà grande le bambole non ci saranno più, i giochi, i sorrisi, le merende non ci saranno più.

E cresce, diventa ragazza, diventa donna, diventa grande. E le bambole cambiano forma, e colori, e indirizzi e tempi. Diventano amiche, diventano ragazzi, diventano sguardi, uomini, lavori, circostanze, opinioni. E si rompono, e lei le aggiusta. Le aggiusta. Le aggiusta.

E le bambole sono sempre di più, sempre più fragili. E la colla è sempre di meno, di meno, di meno. E lei che non può più guardarsi bambina, vede i suoi occhi stanchi, le sue mani nervose e si sente incapace. E cerca le bambole, e le trova disperse, e quando le vede son rotte e son tante, e non sa da dove iniziare. Che la colla non c’è. L’ha usata ormai tutta.

E che si può dire a questa bambina, che è ormai grande, ormai donna, e osserva le sue bambole rotte. Che si può dire?

Che si può dire?

Forse che le bambole sono solo giochi leggeri. Forse che troppi sono i mondi che voleva controllare, con quelle storie, con quelle bambole. E troppo l’affetto che voleva immaginare dove purtroppo non c’era. Forse che l’affetto, l’affetto, l’affetto può essere altro dal terrore che le bambole si perdano, si rompano, si distruggano. Forse che il timore che la bambole si rompano la porta ad usarle in modo sbagliato e a romperle ancor più. Forse che il tempo usato ad inseguire la colla, a cercare i cerotti, lo potrebbe meglio spendere a donare affetto a se stessa, e non pensare che per lei i cerotti e la colla non ci son più. Forse che lei è una bella persona e le bambole si rompono, ma lei resta intatta, perché in lei sta il senso di tutto, nella sua fantasia, nella sua creatività di vivere e giocare e andare avanti comunque e dovunque. E non nel suo dovere di curare le bambole rotte.

Che le bambole non si possono tutte aggiustare.

Che lei è una bella persona.

 

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No alla caccia selvaggia !!

2 02 2010

No alla caccia selvaggia! Il Parlamento si appresta a promulgare una legge che dà alle Regioni il potere di decidere liberamente, senza alcun limite, come e quando cacciare. Si dà esplicitamente il via libera ai cacciatori per fare e disfare ciò che vogliono. Solito contentino acchiappa voti prima delle elezioni. Stavolta a danno dell’ecosistema e della pubblica incolumità. "Repubblica" ha avviato una campagna alla quale personalmente aderisco in pieno, scandalizzato da quanto stanno facendo i nostri governanti.

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Esidra… ci mancherai…

30 01 2010

Questo è il post più difficile che abbia mai dovuto scrivere. Questo è uno di quei post che non avrei mai mai mai mai voluto scrivere… maledizione… Esidra.. maledizione…

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22 01 2010

Ci sono delle opere d’arte che, per quanto tu le possa guardare innumerevoli volte, saranno sempre all’altezza della situazione, delle aspettative che avevi. Giusto per dirne una, è classico che chi va a vedere la "Gioconda" al Louvre pensi "ma è così piccola??", mentre chi vede la "Pietà" di Michelangelo a San Pietro pensa "è davvero così bella.. anche di più..". Però la Gioconda è la Gioconda e non si discute. Perché è la Gioconda, e l’immagine culturale che ne abbiamo è infinitamente più grande e potente della realtà della tela. La Pietà è un capolavoro tridimensionale che non ha bisogno di altro al di là di se stesso per imporre il suo valore assoluto. La sua grandezza è nella potenzialità interna, non nei rimandi esterni. La Gioconda si amplifica nelle citazioni, nelle definizioni, nei libri, nei film, in tutto ciò che di lei parla. La Pietà non necessita di altro se non dell’aria tra il viso della Madonna ed il Cristo morto. Perché in quello spazio d’aria c’è la storia dell’Uomo, tra una Madonna giovanissima che appare ancora partoriente ed un Cristo che è Fine.

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meravigliarsi

19 01 2010

Una cosa che credo faccia bene alla salute è riuscire a mantenere la capacità di meravigliarsi e stupirsi. Non è semplice tenere a sé questa abilità nel corso degli anni, ma se accade è una gran bella cosa. Riuscire ad esperire meraviglia e stupore per cose anche piccole che ci regalino un momento di piacere, serenità magari, benessere.

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vorrei scrivere un post

14 01 2010

Sto post è lungo. Ho impressione che più tempo faccio passare dall’ultimo post, più mi verrà difficile scrivere. Forse è vero che più tempo si fa scorrere senza scrivere, più si hanno cose da dire e meno si sente la capacità di farlo.

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Buon Natale.. Buon 2010.. a chi..

23 12 2009

A chi…

A chi passa da qui.. a chi domani è già lunedì..

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Io son strano e questo si sa. Pur tuttavia.. in questo strambo reame..

16 12 2009

Io son strano, e questo si sa.

Pur tuttavia, quando, più o meno a Maggio, dissi che il nostro paese è ormai una monarchia lievemente costituzionale e il nostro capo del governo è essenzialmente un re, ero convinto di ciò che dicevo e penso che i fatti mi diano più che mai ragione. Del resto è una monarchia che è stata costruita negli anni con pazienza, soprattutto nella mente della gente. Un popolo che ama il Re, ama scherzare sulla sua altezza, prenderlo in giro per i suoi pochi capelli, invidiarlo per le donne, ed esser rassicurato da lui sull’economia, sugli stranieri che non saranno mai veri italiani, sul campionato di calcio che non finirà mai. Dunque l’ attuale stabilità e tangibilità del regno non ha da stupire. Non viviamo in una dittatura, questo no. Per quanto si possa dir male di chi sta al governo, non credo che le libertà individuali essenziali siano messe in crisi. Ma viviamo in una monarchia nella misura in cui ormai vi è una ripartizione di privilegi e beni che segue logiche e strutture precise. Viviamo in una monarchia nella misura in cui vi è una corte con valletti, vallette, vassalli e valvassori, che imperano tranquillamente, senza correre pericoli. Siamo in una monarchia nella misura in cui anche il gesto isolato e violento di un folle diviene motivo di dibattito scostumato e barbarico conflitto tra fazioni. L’attentato al Re, al capo supremo. Ora, in attesa che si passi dal capo martire, al capo generoso, sino al capo santo subito in quanto dispensatore di amore, è interessante andare a guardare che cavolo succede in questo moribondo paese, in risposta a quanto accaduto.

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3 dicembre giornata mondiale del disabile “Abilmente Diverso”.

3 12 2009

La chiameremo Alessia.

Quando l’ho conosciuta in ospedale, Alessia era una ragazza di circa 24 anni, nel corpo di una bambina di 10. Sindrome della spina bifida, che le aveva causato insufficienza renale e conseguente dialisi. 3 volte a settimana veniva accompagnata dalla madre in ospedale. Aveva una carrozzella fin troppo pesante per le sue braccia e non poteva muoversi da sola, ma sempre spinta da qualcuno. Mi veniva raccontato che la casa dove abitava era inadeguata per le sue esigenze, in quanto troppo piccola. In pratica Alessia stava tutto il giorno a letto ed usciva solo per fare la dialisi. Alle difficoltà fisiche si era unito progressivamente un disagio psicologico, che la portava a non comunicare con nessuno. Parlava solo con i genitori o i fratelli, quando era tra le mura di casa. Per il resto il silenzio più assoluto. Un po’ come la maggior parte delle persone che fanno la dialisi, aveva la fistola al braccio sinistro. Si fa lì per comodità, in modo da lasciare libero al paziente il braccio e la mano dominanti.

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E due?

2 12 2009

Esame di dottorato parte seconda.

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precisazione su proposta per giorno 3

1 12 2009

Forse conviene fare un po’ di chiarezza, visto il caos che si è generato nel post precedente.

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