La bimba e le bambole rotte

28 03 2010

C’è una bambina che gioca da sola.

C’è una bambina che gioca da sola, con tante bambole, in un salone grande grande e vuoto, che non c’entra mai nessuno, perché nessuno viene mai a fare visita in quella casa. Ed è pulito, ed è in ordine, ed è tutto a suo posto. Come se chissà chi dovesse venire un domani. E non viene nessuno. E gioca, gioca con le sue bambole e le dà vita. E le anima, e fa fare loro mille cose, mille personaggi mille storie. Vorrebbe costruire per loro mille storie e mille mondi. Ma le bambole sono leggere, sono troppo leggere, non possono fare tutte quelle storie, non possono vivere in così tanti mondi diversi e si rompono. Perché sono bambole e le bambole si rompono. E si rompono e lei le aggiusta.

Di volta in volta quelle bambole si usurano, si rompono e lei le aggiusta. Le aggiusta. Cerca la colla, cerca l’adesivo, cerca lo spago, cerca i cerotti.

E la bimba cresce e le bambole si fanno sempre più piccole. E fragili. E si rompono, si rompono, si rompono. E lei si affatica, si addanna, che le deve aggiustare, aggiustare, aggiustare, aggiustare. Ma le bambole si rompono. Non lo fanno perché sono cattive, ma solo perché sono leggere, di plastica leggera. E si rompono.

E lei cresce, cresce anche se non vuole, anche se ha paura perché le dicono che quando sarà grande le bambole non ci saranno più, i giochi, i sorrisi, le merende non ci saranno più.

E cresce, diventa ragazza, diventa donna, diventa grande. E le bambole cambiano forma, e colori, e indirizzi e tempi. Diventano amiche, diventano ragazzi, diventano sguardi, uomini, lavori, circostanze, opinioni. E si rompono, e lei le aggiusta. Le aggiusta. Le aggiusta.

E le bambole sono sempre di più, sempre più fragili. E la colla è sempre di meno, di meno, di meno. E lei che non può più guardarsi bambina, vede i suoi occhi stanchi, le sue mani nervose e si sente incapace. E cerca le bambole, e le trova disperse, e quando le vede son rotte e son tante, e non sa da dove iniziare. Che la colla non c’è. L’ha usata ormai tutta.

E che si può dire a questa bambina, che è ormai grande, ormai donna, e osserva le sue bambole rotte. Che si può dire?

Che si può dire?

Forse che le bambole sono solo giochi leggeri. Forse che troppi sono i mondi che voleva controllare, con quelle storie, con quelle bambole. E troppo l’affetto che voleva immaginare dove purtroppo non c’era. Forse che l’affetto, l’affetto, l’affetto può essere altro dal terrore che le bambole si perdano, si rompano, si distruggano. Forse che il timore che la bambole si rompano la porta ad usarle in modo sbagliato e a romperle ancor più. Forse che il tempo usato ad inseguire la colla, a cercare i cerotti, lo potrebbe meglio spendere a donare affetto a se stessa, e non pensare che per lei i cerotti e la colla non ci son più. Forse che lei è una bella persona e le bambole si rompono, ma lei resta intatta, perché in lei sta il senso di tutto, nella sua fantasia, nella sua creatività di vivere e giocare e andare avanti comunque e dovunque. E non nel suo dovere di curare le bambole rotte.

Che le bambole non si possono tutte aggiustare.

Che lei è una bella persona.

 

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Alice in Wonderland

27 03 2010

Cos’hanno in comune un corvo ed una scrivania?

Eh?

Che hanno in comune?

Questo si chiede il Cappellaio Matto, nel corso dei libri di Lewis Carrol “Alice nel Paese delle Meraviglie” e “Oltre lo specchio e ciò che Alice vi trovò”.

E questo si chiede Johnny Depp, nei panni del Cappellaio, nel film “Alice in Wonderland”, di Tim Burton. Cos’ hanno in comune un corvo ed una scrivania?

Mentre scrivo, mi viene da pensare a quanto io sia cresciuto con Burton, nel corso degli anni. Sono cresciuto con Batman e la Gotham City da lui rappresentata. Con Jack Skeleton e la Sposa Cadavere. Con i marziani cattivi e gli umani deficienti di “Mars attacks!”. Con il padre contastorie (o contaballe) di “Big Fish”. Mondi rovesciati. Mondi dolci e spietati. Grotteschi e metaforici, tristi ed ironici. I mondi di Tim Burton, in cui le leggi che ci sembrano eterne vengono sovvertite, come accade nel mondo di “sottosopra” dentro cui cade Alice: il re di Halloween porta i regali di Natale, un figlio non sa distinguere il vero, il falso, il verosimile nelle parole del padre (chiedendo una storia e comprendendo alla fine che  l’importante non è la storia, ma aver voglia di raccontarne ancora una, per dolce o crudele che sia), dolci donne gatto diventano temibili mistress. Il cervello dei marziani viene spappolato da una canzoncina folk tremendamente kitch.

Questo è il mondo di Tim Burton e si potrebbe pensare che in fin dei conti non è poi così diverso da quello di Caroll. Dunque è normale che prima o poi Burton sia giunto a parlare di Alice e del Cappellaio, visto che in verità nella sua vita non aveva fatto altro, implicitamente. Attraverso figure diverse, Burton ha sempre trattato paesi “delle meraviglie”: la fabbrica di cioccolata, sleepy hollow, il pianeta delle scimmie, l’aldilà di Bettlejiuce, Gotham.

E la scelta di Burton è quella di prendere la storia complessiva dei due libri e rifarla a modo sua, secondo una sua libera interpretazione, che forse è più interessata ad “Oltre lo specchio”.

Del resto, a pensarci bene, rifare per l’ennesima volta “Alice nel paese delle meraviglie”, che senso aveva? E’ già stato fatto da altri, e anche da lui, seppur in modi diversi.

La scelta di Burton mi ha ricordato quella attuata da Spielberg quando, volendo trattare Peter Pan, lo rifece a modo suo, con un film forse da rivalutare, che era “Hook” (ai tempi se ne è detto troppo male.. ora forse andrebbe riscoperto in molti risvolti psicologici..) .

“Alice in wonderland” è un film divertente. Brioso, ben recitato. L’effetto 3d non aggiunge poi tanto alla messa in scena, ma non la ostacola neanche. Diciamo che non cambia nulla. La messa in scena è quella a cui Burton ci ha abituato. Forse questo è il problema del film: non si nota alcuna differenza rispetto ad altri mondi da lui già dipinti. E il modo in cui Depp fa il Cappellaio, non è troppo diverso dal modo in cui ha fatto altri personaggi. Ma questo, semplicemente perché Depp ha sempre avuto il cappellaio matto come modello recitativo nella sua vita, e Burton ha sempre avuto Carrol come riferimento culturale per le sue trame.

E’ il problema insito nel quando un artista ama un capolavoro, lo cita implicitamente sempre, ponendolo come cardine della sua estetica e poetica e alla fine sceglie di rappresentarlo. Forse è una cosa che non si dovrebbe fare.

Hitchocock aveva la psicanalisi in testa, gli incubi, i sogni. Parlo meravigliosamente di psicanalisi in “La donna che visse due volte”, in “La finestra sul cortile”, in “Psycho” e così via. Quando volle fare un film sulla psicanalisi, fece “Io ti salverò”, e gli riuscì peggio degli altri.

Benigni ha sempre avuto come riferimento culturale “Pinocchio”. E’ un Pinocchio il suo “Piccolo diavolo”, lo è il suo personaggio di “Non ci resta che piangere”, oppure il suo Johnny Stecchino. Lo ha volutamente citato anche in “La vita è bella”. Quando ha voluto fare per davvero Pinocchio, gli è riuscito meno bene.

A Kenneth Branagh è riuscito molto meglio il piccolo delizioso film “Nel mezzo di un gelido inverno..” su una compagnia bislacca che mette in scena Amleto, che non il successivo monumentale “Amleto” di 4 ore.

Kubrick, per fortuna, non fece mai il “Napoleone” che si era fissato a fare. Fece “Barry Lindon” che è un capolavoro, e convinse poi Nicholson a fare “Shining”.

Succede. Gli esempi sono tanti. Un artista ama profondamente una cosa e la mette al centro del suo lavoro. Fino a che la cita, fino a che ne fa un riferimento, le cose vanno benissimo. Se la prende di petto, va meno bene. Non lo so perché accada. Può essere che ci sia paura e confrontarsi con ciò che si ama così tanto. Può essere che emerga la voglia di fare il capolavoro.

“Alice in Wonderland” è un film piacevole e divertente. Non è un capolavoro, come altri suoi film. Ci può stare, e forse era anche prevedibile.

La Regina di cuori è il personaggio meglio descritto e meglio recitato, da Helena Bonham Carter. Come mai questa non abbia ancora vinto un premio importante nella sua carriera è un mistero. Secondo me è grandissima.

Per parlare di “Alice nel paese delle meraviglie” in sé, come letteratura e psicologia, ci vorrebbe un altro post. Mi riprometto di farlo in futuro, anche se in parte l’ho già fatto

alice locandina

p.s. : a scanso di equivoci.. qualora non si fosse capito.. a me sto nuovo blog non mi piace nemmeno un pò..




Invictus

5 03 2010

Di ritorno da Pandora, ed in procinto di partire per il Paese delle Meraviglie, mi sono fermato per una sosta nel mondo che ormai potremmo definire semplicisticamente “2d”. Più precisamente nel Sudafrica luminosamente descritto da Clint Eastwood, nel suo ultimo capolavoro “Invictus”.

Il film narra uno spaccato di vita del leader sudafricano Nelson Mandela, odierno Presidente della Repubblica del paese africano; più precisamente 5 anni, il periodo che intercorre dal 1991, anno in cui Mandela uscì di prigione, sino al 1995, anno in cui la squadra nazionale vinse i mondiali di rugby. Protagonisti del film sono Morgan Freeman (nei panni del presidente) e Matt Damon (nei panni del capitano della nazionale).

Un film luminoso, pieno di suggestioni e speranze, che parla del valore della multietnicità, dell’ importanza di un reciproco sforzo necessario di accettarsi, perdonarsi, comprendersi, per poter davvero costruire un paese libero ed indipendente che possa confrontarsi con parità di diritti al tavolo dell’occidente.

Morgan Freeman è strepitoso in un ruolo che giustamente lo porta all’ennesima nomination all’oscar (che però probabilmente non vincerà). Matt Damon si fa inevitabilmente da parte davanti a Freeman, ma esce comunque più che degnamente dal film, anche lui con una bella candidatura alla statuetta per miglior attore non protagonista.

Ma colui che non smette mai di stupire è Eastwood. Alla sua veneranda età ha ancora un sacco di cose da dire, senza cadere in stupide diatribe tra progressisti e conservatori. Spesso dando lezioni a tutti, soprattutto in riferimento a quello che è ormai un suo “cinema civile”. Se si pensa ai film da lui girati negli ultimi anni, vengono fuori capolavori assoluti quali “The unforgiven”, “Mystic river”, “Million dollar baby”, “Gran Torino”. Ed anche “Invictus” non è da meno, girato con una sapienza stilistica impressionante. Basti pensare alle tante splendide scene girate durante le partite di rugby. Si è letteralmente trasportati dentro la partita, respirandone l’aria, soffrendo per i lividi dei giocatori, sentendosi parte di un gruppo di ragazzi che non vince solo una coppa, ma soprattutto si sforza di riunire in un solo sogno una nazione che ancora si martirizza in conflitti tra etnie e comunità.

Usando una luce naturale, registrando nei luoghi in cui la storia ha scritto pagine crude di razzismo e magnificenti di libertà, Eastwood utilizza uno stile comunque secco e senza troppi fronzoli per spiegare l’idea di Mandela. Il neo presidente, appena eletto, si trova di fronte una maggioranza di neri che vivono in povertà ed in qualche modo aspirano ad una simil-vendetta dopo i tanti torti subiti nel periodo della schifosa apartheid, ed una minoranza di bianchi afrikaneers ex detentori del potere, che ancora gestiscono buona parte delle risorse finanziarie del paese. Il rischio di un conflitto civile è sempre più alto e Mandela reagisce a tutto ciò cercando di unire il paese in una squadra sola, che sia portavoce non più solo dei bianchi ricchi ma di milioni di persone.

La divisa degli “springbox”, che prima era simbolo del potere bianco, diventa l’immagine di un paese nuovo, che vuole cambiare, voltando pagina, verso un nuovo futuro di unità.

Quanta pura e semplice verità è presente in queste due ore. Quanta speranza!

Il titolo riprende la poesia dell’autore inglese W.E. Henley, che Mandela aveva letto negli anni in cui era rinchiuso in una micro-cella, per darsi coraggio.

Dal profondo della notte che mi avvolge
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all’altro,
ringrazio qualunque Dio esista
per l’indomabile anima mia.

Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l’angoscia.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l’orrore delle ombre
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.
Io Sono il signore del mio destino:
Io Sono il capitano della mia anima.

Tenetevela cara questa poesia. Son parole che fanno pensare. Hanno mantenuto in vita Mandela e sono di esempio per tutti noi, che ci affanniamo nelle nostre vite, cadendo, rialzandoci, ricadendo, senza la voglia di smettere. Splendide parole. Ce le dedica Clint Eastwood.

invictus

p.s. : sto cercando di capire come funziona sto blog.. sembrava che avevo tolto la moderazione ai commenti e invece ancora no.. spero di riuscire al più presto… ahimè per 3 giorni di seguito sto blog è stato inutilizzabile perchè era “in manutenzione”… bhò…