da qui non si esce. (racc. thriller- prima parte)

2 02 2009

Circa un anno fa ho iniziato un racconto che per vari motivi poi ho dovuto abbandonare. Adesso, dopo tanti mesi l’ho terminato. Vista la lunghezza lo divido in due parti ed oggi pubblico la prima. Nella scrittura mi hanno molto ispirato alcune canzoni dei Radiohead, tra cui Karma Police, No Surprises e Creep, nonché la melodia di una splendida canzone nella versione proposta dalla Piccola Orchestra Avion Travel. Ne consiglio l’ascolto, durante la lettura.

 

DA QUI NON SI ESCE

Prima parte

arresta quest’uomo,
parla in termini matematici,
ronza come un frigo,
è come una radio mal sintonizzata.

Istituto di medicina legale. 30 Gennaio. Ore 17:00.

Con capelli di luminoso castano ed un maglione di tutti i giorni, indossato con disattenta eleganza la stimata professoressa Michela Giarrusso si trovava al reparto di medicina legale, a colloquio con il dottor Zanca. Tra di loro, disteso sul tavolo, il cadavere del defunto avvocato Ernesto Fuggialla, rinvenuto il giorno prima, nella portineria dello stabile dove risiedeva.  

"Nessuna novità dunque? – chiese la professoressa".

"Ha una costanza disarmante quest’uomo – rispose il medico – o questa donna.. o insomma, chiunque sia l’artefice di questo schifo.. sono settimane che va avanti così.. sempre così.. solo così.."

"Già.. io stessa non saprei dire se è più spietato o più noioso.. ma forse il problema è proprio questo.."

"Cosa vuole dire professoressa?"

"Magari è una vita che questo diavolo è considerato noioso da tutti, e adesso qualcosa lo ha spinto a stare al centro dell’attenzione.. quasi che dicesse sono noioso anche quando uccido, però adesso il mio essere noioso vi fa paura e ne parlate..".

Il gelo della stanza, amplificato dal gelido bianco della luce sul cadavere, li accompagnò in un gelido silenzio.

"C’è da pensare che stavolta sia stato tremendo, sa?", disse sommessamente il medico.

"Da cosa lo deduce?"

"La modalità è stata la consueta.. come vede qui c’è il foro nella nuca.. colpo potente, deciso, uno solo.. l’ago l’ho estratto personalmente.. lo trova in quella boccetta lì sul tavolo.. il resto della siringa di vetro è stato rinvenuto nella gola.. è stato spinto molto meno del solito.."

"Si.. – disse Michela, fissando le dita del cadavere- Il commissario Mignosi mi ha anche detto che ha delle unghia spezzate.. c’è stato un combattimento forse.."

"Forse dire combattimento è un’esagerazione.. io sono più propenso a pensare che ci sia stata una breve colluttazione, ma le unghia spezzate siano dovute agli spasmi della morte.. e però in effetti le dita delle mani appaiono molto più provate del solito.. questo è vero.. è come se avesse strisciato all’indietro, con le mani, tentando di scappare.. i polsi erano ripiegati nel rigor mortis.. le ginocchia ripiegate in un’ultima fatica.. e le strisce di sangue per terra facevano pensare che mentre strisciava c’era un’emorragia dai padiglioni acustici .."

"Quindi non è sangue di ferite.."

"No.. no.. – concluse il medico – come al solito il cadavere esternamente è intatto.. non ci sono ferite rilevanti.. il sangue è scuro.. tipo.. ha presente la salsa barbecue di McDonald ?"

"Dottore.. la prego… "

"Mi scusi professoressa.. ehm.. ha ragione.. mi sono.."

"Fa nulla.. – disse lei stando in silenzio per un attimo, poi – però quello che mi dice è interessante.. è interessante perché si può pensare che l’assassino stia iniziando a sentirsi sempre più forte ed invincibile. E questa è una cosa che potrebbe iniziare a farlo sbagliare".

"Da cosa lo deduce?"

"Da quello che lei dice, e che del resto mi era già stato detto a grandi linee da Mignosi. Credo che l’assassino sia rimasto per lungo tempo nella scena del delitto. Di solito abbiamo avuto dei cadaveri a pancia in giù. In questo caso abbiamo una persona che anche in questo caso non ha avuto il tempo di lottare granché, ma che ha strisciato per terra. Significa che la paralisi immediata non c’è stata. Il cervello ha iniziato a scoppiare, ma lui ha provato a strisciare lo stesso. Ha strisciato a pancia in su. In modo innaturale, perché sarebbe stato più semplice a pancia in giù. Credo che ciò significhi che lo stava guardando. Guardava l’assassino. E l’assassino ne è forse rimasto attratto, ed è rimasto lì fermo a guardarlo a sua volta, mentre gli usciva il sangue dalle orecchie. E’ un’immagine tremenda, non c’è che dire. Ci fa capire quanto questa persona sia spietata. Ma ci fa capire anche come questa persona inizi ad essere troppo sicura di sé. Se l’avvocato Fuggialla si è mosso tanto, vuol dire che il siero stavolta era in misura minore, o forse male calibrato.."

"Propenderei per la seconda.. la quantità riscontrata mi sembra identica.. ma la composizione in effetti è meno acida, confermo.."

"Forse è rimasto lì a guardarlo perché si è impaurito, o forse perché la scena lo eccitava. Di certo è stata una sorpresa per lui e a questa sorpresa ha reagito annullando il tempo in modo pericoloso".

"Poteva essere scoperto", disse il medico, riflettendo con gli occhi socchiusi.

"Direi che ieri per la prima volta ha corso davvero un rischio.. e forse non è un caso che stamattina non siano stati ritrovati nuovi cadaveri.. sarebbe la prima volta in una settimana.."

"Vuole dire che forse si è fermato professoressa?"

"Non credo, dottor Zanca, non credo.. Però penso sappia di aver corso un rischio per la prima volta e questo per lui è imperdonabile.. Spero che in lui, per la prima volta, si stia creando un disequilibrio.. potrebbe esserci utile.."

"Lei dice?"

"E’ chiaro che potrebbe diventare ancora più violento.. scoppiare del tutto.. ma lui è più ossessivo che maniacale.. la rabbia non gli piace.. non gli piace sentire urlare le vittime.. vuole quanto meno sangue possibile.. e la scena che ha visto ieri penso sia stata scioccante per lui.."

"Bhé lui ci sciocca da un mese ormai.. non ne posso più di vedere certe scene ributtanti ogni giorno.. Il povero ingegnere Mantelli.. cazzo quello non lo dimenticherò mai.."

"Si.. indimenticabile.. – disse la professoressa – in quel caso l’emorragia iniziò dal naso.."

"Bhè.. – ribattè a bassa voce il medico coprendo il cadavere con un velo grigio- in quel caso non esisteva più nulla che fosse nemmeno lontanamente paragonabile ad un naso..".

Michela Giarrusso uscì dall’istituto. Entrando in auto rispose al telefono. Era il commissario Mignosi.

"Buonasera commissario…. Si esco ora dall’istituto…. Che idea? Bhè mi sono fatta l’idea che forse potremmo essere in un punto di rottura per l’assassino, ma la mia è solo un’ipotesi. Credo che l’ultima esecuzione sia stata diversa dalle precedenti e soprattutto lui inizi a percepirsi troppo sicuro dei suoi mezzi. Ma è solo un’ipotesi…. Bhè, dipende. Gli effetti non li possiamo sapere ora…. Si, infatti concordo, evitiamo di parlarne alla stampa…. Va bene, a risentirci, commissario".

Michela Giarrusso mise in moto l’auto ed uscì dal parcheggio. Nella mente la solita assurda perversa sensazione. Qualcosa, qualcosa che è lì davanti, lì palese, ma non riesce a vederla. E quella cosa, qualunque cosa sia, ride di lei.

Ecco quello che vi succede,
ecco quello che vi succede,
ecco quello che vi succede,
quando ve la prendete con noi.

 

Università degli Studi. Un’ora e mezzo dopo.

"Perché? Tu mi chiedi perché? Io son qui per ucciderti e il tuo ultimo pensiero è soltanto un "perché".. bhè stronzo eccoti il perché: perchè la vita è una figlia di puttana! Ed io.. io sono quello che se la incula!".

Colpo di grazia.

Gianni scese al pianterreno del dipartimento della facoltà, salutando con un gesto il guardiano, che guardava un qualcosa in bianco e nero da una piccola tv, dentro quel cubo di vetro illuminato al neon che è la portineria.

"Che guarda?" , chiese Gianni.

"Mhà.. un film di sparatorie.. sarà una roba vecchia degli anni ’70.. mi passo il tempo.." .

"Capisco.. o.k. io esco un attimo a comprare le sigarette.. poi torno sopra a prendere il pc e vado via.. lei quando chiude l’entrata?"

Il portiere per un istante pensò a dire una cosa normale del tipo "ma scusa tanto.. che cazzo scendi ora e poi ritorni, per scendere di nuovo? Scendi subito con tutta la roba che ti sei portato, passa dal tabaccaio, poi vai alla macchina e tornatene a casa.. non è più semplice?". Ma sapeva che una cosa così semplice ed intuitiva sarebbe stata impensabile per un giovane ricercatore con la testa confusa tra test americani da standardizzare ed articoli rifiutati dai referee . E allora si limitò a guardare l’orologio sulla parete, sopra la sua testa, dicendo che avrebbe chiuso tutto 30 minuti dopo. Ok , per Gianni c’era il tempo di far tutto.

Uscì da quel pallido bianco corridoio per immergersi nella fredda aria di quello schifo di Gennaio. Da 10 giorni non faceva che piovere. Quasi che il Padreterno avesse deciso di dare una bella ripulita alla città con l’anno nuovo. Anche se molti pensavano che a questo stesse già pensando qualcun altro. Purtroppo.

Nel bar della cittadella universitaria c’era poca gente e la radiolina gracchiava la solita solfa.

"Ci sono novità?", chiese Gianni, cercando 5 euro in fondo al portafogli.

"Mhà.. – disse il barista, alzando di poco il volume della radio – sembra di no. Ancora niente. Stanno indagando dopo lo schifo che hanno trovato ieri, ma non ne cavano nulla. Ci hanno messo dei sapientoni che non sanno da dove cacchio cominciare per capirci qualcosa". Questo era il pensiero di Giulio, il barista, sugli ultimi tristi eventi cittadini. La cronista del radiogiornale si esprimeva con parole diverse, ma il senso in effetti restava quello.

Gianni un po’ la vedeva diversamente, ma sempre fino ad un certo punto. Pensava che comunque le stessero provando tutte. Ufficialmente il caso era seguito dal commissario Mignosi e dal suo staff in stretto accordo con Prefettura e Municipio. La professoressa Giarrusso, stimata criminologa, collaborava con le forze dell’ordine e la si vedeva spesso in tv a spiegare le sue ipotesi. Gli sembrava una persona valida, riflessiva, metodica. Ma la persona che doveva fronteggiare era anche più metodica di lei. Ed il tempo così cupo, ed il contesto così ansiogeno, aiutavano di certo questa seconda persona, piuttosto che la prof. Tutti volevano una soluzione veloce, una soluzione immediata, perché così non si poteva più andare avanti. Ma questa fretta insopprimibile non aiutava. Del resto ciò che stava accadendo in città da 3 settimane, ormai, non poteva ricadere solo sulle spalle della povera prof che da 20 giorni cercava inutilmente di aiutare la polizia. Il sindaco doveva fronteggiare quotidianamente le belve della stampa, e così il prefetto e il questore . Tutti erano in campo e nessuno di loro sapeva in che modo condurre questo gioco maledetto. Le liti sulle responsabilità si facevano sempre più inutilmente aspre e si condivideva solo un’idea: l’angelo sterminatore era giunto in pompa magna in città. E cacciarlo via era impresa davvero difficile.

Sette morti, sette. Solo negli ultimi sette giorni, però; perché in totale le vittime erano già dodici.

Pugnalati alla nuca, con una siringa piena d’acido. Si.. lui, o lei, o chiunque fosse questo demone infernale, era aduso a far così: per farlo usava una siringa. Sconcertante! L’ago, usato come uno spiedo, lasciato volutamente spezzato dentro il midollo allungato e il resto della siringa di vetro depositato con eleganza dentro la bocca, inserito talvolta dentro la laringe. I pezzi di vetro sparsi per il palato. Il cervello friggeva verosimilmente in due minuti, ma non si sentivano mai urla perché l’acido iniettato correva violento lungo il midollo spinale inibendo i motoneuroni e paralizzando all’istante la vittima che diveniva incapace di muoversi ed emettere suono. Sconcertante.

Per due interminabili minuti l’acido bruciava crudele nel circuito limbico, corrodeva l’ippocampo, l’amigdala, il talamo, l’ipotalamo, sino alla corteccia: lobo temporale, occipitale, parietale e frontale. Bruciava.

Lenta, vorace. Bruciava.

E bruciava.

Gli effetti dell’acido sul viso delle vittime erano terrificanti. La bilirubina schizzava rapida alle stelle, facendo diventare le pupille gialle fosforescenti. Se erano state fortunate le vittime venivano trovate con una carnagione pallida tendente al verdognolo, con una smorfia innaturale sulle labbra. Ma solo quattro delle dodici erano state così fortunate. Le altre avevano fatto vomitare pure l’anatomopatologo, perché spesso le pupille tendevano a scoppiare. Ogni mattina, ormai, si apriva con un’alba di lamento; con spazzini o vigili urbani, che alle prime luci del giorno ritrovavano in qualche disperso punto della città una nuova vittima. La polizia batteva di notte ogni quartiere, strada per strada, marciapiede su marciapiede, senza trovare niente. Ed al mattino, il sole sorgeva ad illuminare un nuovo cadavere. Sempre in punti diversi. Sempre in luoghi che fra loro non avevano un cazzo di niente in comune.

Una cosa del genere non s’era mai vista. Mai.

Da due settimane, dal momento in cui gli omicidi si erano fatti sempre più frequenti, si attendeva inquieti un punto di snodo nelle indagini, si tentava disperatamente di rintracciare in qualche modo una relazione tra gli uccisi, un punto in comune nel loro passato, tra sociali parvenze e private tentazioni. Niente. "Scelta randomizzata", dicevano cinicamente i giornalisti. Che tradotto significava "non sappiamo perché cazzo lo fa, ma non si ferma.. non si ferma maledizione!".

Qualche poliziotto amante dei telefilm americani aveva provato a stilare una mappa dei ritrovamenti, cercando di capire se tracciando linee rette sulla piantina di Palermo venisse fuori un disegno, magari un qualcosa da collegarsi al satanismo. Nemmeno lontanamente. Non usciva fuori alcun disegno. Quelle poche linee che potevano emergere dai testoni dei programmoni dei computeroni erano buone a raffigurare paperino, come anche un treno a vapore, o la mappa del bangladesh. E quindi un cazzo.

Mai una telefonata, mai un qualcosa lasciato intorno al cadavere. Una carta da gioco, una sciarpa, un giocattolo. Niente. La costante, la cosiddetta "firma d’autore del killer seriale" era da rintracciarsi probabilmente nell’uso dell’ago spezzato sulla nuca e null’altro. In tal senso si era pensato anche che l’utilizzo delle siringhe di vetro potesse fornire un aiuto, perché ormai non se ne usano più. E invece no. Forse di siringhe di vetro non se ne usano più tante in Italia, ma sono ancora utilizzatissime nell’est dell’europa, ed ottenerle non era poi così difficile, per uno che sapesse come fare. Con pacchi anonimi, non identificabili. Come l’assassino.

D’impronte digitali, naturalmente, nemmeno a parlarne.

Qualcuno si era anche ricordato di come ci fosse un videogioco di nome "Hitman" avente per protagonista un assassino a pagamento che spesso uccideva con la tecnica della siringa e si era cercato di capire se il personaggio fosse stato preso a modello. A tal scopo erano stati interpellati una buona dozzina di ragazzotti appassionati di playstation per saperne di più. Niente. L’unico effetto rilevante era stato che un paio di poliziotti si erano comprati la consolle. Tutto qui.

Questo lo stato delle indagini.

Gianni attraversò spedito il vasto spiazzo di fronte al grande palazzo del dipartimento della facoltà di psicologia. Visto così, nel buio di quell’aria pungente, con solo qualche piccola finestra rettangolare accesa qua e là tra gli ultimi piani, gli ricordava le tele a quadratoni di Mondrian. O forse una torre, alta e slanciata, ma al contempo indiscutibilmente tozza. Secondo alcuni un mausoleo postmoderno eretto a difesa del sapere cittadino. Un monolite perfetto nella squadratura, determinato nell’osservare la città che ai suoi piedi si stendeva fiacca sino al mare, con le luci del porto in fondo. Un dolmen, come culla di saperi antichi da integrarsi ad un gioioso sguardo di sapienza verso il luminoso futuro di tanti giovini ricercatori. Si, vabbè. Secondo altri, invece, un palazzo simile ad una sottiletta, che da un momento all’altro poteva venir giù, non già per un terremoto, ma per uno starnuto troppo forte. Le nuvole cariche di pioggia che sostavano lugubri sulla città, ormai avvolta dalla sera, contribuivano non poco a rafforzare quella sua immagine minacciosa.

Gianni rientrò nel palazzo. La guardiola era vuota. La minuscola tv, sintonizzata su di un canale locale, trasmetteva in modo grigio la pubblicità di un ente privato che erogava prestiti a tutti, anche ai protestati. Del portiere nessuna traccia. Doveva essere in giro per un’ultima perlustrazione per i corridoi dei piani superiori, prima della chiusura. Gianni si portò davanti agli ascensori e pigiato il pulsantone rotondo, si mise ad aspettare. Nell’attesa notò all’improvviso uno strano odore, come di zolfo. Doveva essere colpa delle signore della ditta di pulizie, che chissà che cosa avevano versato sui pavimenti del corridoio, per ripulirli dal fango di pioggia degli anfibi degli studenti. In certi casi la cura era peggio del male. Lanciò uno sguardo oltre, verso il corridoio, sino all’entrata dell’emeroteca in fondo. La porta era aperta, si vede che il custode era là dentro a controllare che tutto fosse in ordine prima di chiudere. Sbrigativamente posò il suo sguardo altrove. A quell’ora, come al solito, nessuno nel piano. Silenzio tutto intorno. Gianni si stava perdendo nella visione dei piccoli poster di fantomatici master e corsi di perfezionamento quando l’improvviso "Drin!" dell’ascensore arrivato al piano lo ridestò.

Ascensore vuoto. Ci entrò. Cliccando sul bottone del settimo piano si andò ad appoggiare con le spalle alla parete opposta alla porta automatica.

Per un istante..

Ma la porta era ormai chiusa. E Gianni stranamente interdetto.

Nel mentre che si accendeva lentamente il segnalatore del primo piano, poi del secondo, poi del terzo, egli ripensò a quell’ultimo istante. Gli era sembrato di vedere una sagoma in fondo all’emeroteca. Una sagoma vaga. Magari nemmeno una sagoma. Un qualcosa di nero. Forse. Forse si. Forse no. Bhò.. "Il custode..", pensò fra sé. La porta si era chiusa e gli aveva impedito di vedere bene verso il fondo del corridoio.

L’ascensore corse verso l’alto, ma poi si fermò al quinto piano e si aprì la porta col solito "Drin!". Lo faceva sempre. Era rotto da mesi. Si fermava in piani intermedi non richiesti e spesso si annullava anche la chiamata prenotata. Roba da far saltare i nervi, soprattutto la mattina, quando era affollato da studenti e professori, che dovevano tutti andare in un piano diverso. Il preside di facoltà dove chiamare i tecnici per ripararlo, ma tra una cosa e l’altra era da una settimana che si andava avanti così. Gianni sbuffando ripropose il dito sul 7, ma la porta si era già chiusa.

L’ascensore mise a scendere. L’avevano chiamato dal piano terra.

Un brivido improvviso gli ghiacciò la schiena.

Quarto piano..

Terzo piano..

Ma il custode era vestito di nero? Non aveva jeans e maglia marrone?

Secondo piano..

Il cuore iniziò stranamente a galoppare. Più forte, sempre più forte. Tachicardia. Le mani si fecero fredde e sudate. Aveva paura? Ma di cosa?

Primo piano.. L’ascensore si fermò di nuovo. Gianni non se lo fece dire due volte e senza neppure pensarci ne uscì, poco prima che la porta si richiudesse e l’ascensore proseguisse la sua corsa sino al piano terra. Fermo, in silenzio rimase ad ascoltare. Ma perché ne era uscito? Era stato un gesto istintivo, una cosa non ragionata, ma una strana sensazione gli diceva che aveva fatto bene. Si avvicinò lentamente alla scala interna, da cui poteva percepire i rumori del pianterreno.

Sentì il "Drin!" dell’ascensore che arrivava al piano 0 e le porte aprirsi. Cercava di respirare piano, ma improvvisamente era diventato impossibile. Nessun rumore da sotto. Nessun rumore di qualcuno che stesse entrando nell’ascensore. Magari era stato prenotato dal custode, ma allora perché non ci entrava?

Passarono una ventina di secondi e la cabina permase ferma al piano terra. Nessuno ci stava entrando. Ma allora chi l’aveva chiamato? Gianni restò in attesa, cercando di capire. Silenzio.

"Bim- Bom- Blaum! Bim- Bom- Blaum!", messaggio nel telefonino. Gianni saltò in aria. "Quando torni per favore compra il pane", gli chiedevano da casa.

Respirò piano. Si disse che si stava preoccupando per nulla. Si disse che si stava facendo tardi e l’unico vero rischio era di rimanere chiuso lì dentro. Si disse che se ciò fosse avvenuto sarebbe stata una gran rottura di palle visto che si trovava lì dalle 9 del mattino e aveva pranzato con un toast. Prese le scale e iniziò a salire fino al settimo piano. L’ascensore non lo voleva prendere più.

Lungo le scale non incontrò anima viva e ciò lo rafforzò notevolmente nella convinzione di essere il dottorando di ricerca più coglione del globo acqua terrestre, visto che si trovava ancora in quell’insulso dipartimento dopo più di 10 ore.

 

Commissariato, stesso medesimo istante

"D’inverno il sole è stanco e a letto presto se ne va.. non ce la fa più.. non ce la fa più.. la notte adesso scende con le sue mani fredde su di me.. ma che freddo fa.. ma che freddo fa.. basterebbe una carezza per un cuore di ragazzo forse allora si che t’ amerei..". La voce del cantante degli Avion Travel risuonò lenta e mordace nella mente e negli occhi del commissario Mignosi. Davanti a lui, disperse sul tavolo, le fotografie di volti, di labbra, di gelidi corpi imbiancati di morte. Ernesto Fuggialla, 37 anni, avvocato, ritrovato solo due mattine prima. Filippo Tracanti, 52 anni, infermiere del pronto soccorso. Giuseppe Crollo, 72 anni, pensionato, ex ferrovie. Giuliana Benedetti, 57 anni, professoressa di latino, mai un giorno di malattia. Epifanio Soccorso, 43 anni, inserviente del cimitero. Salvatore Tuttoilmondo, 28 anni, netturbino precario, fidanzato precario, vita precaria. Sara Guerrieri, 39 anni, postina e studentessa fuoricorso di Scienze Politiche. Maurizio Salvato, 18 anni, studente presso un liceo scientifico, grande conoscitore di fumetti e del cinema di Cronenberg. Roberta Ancora, 27 anni, insegnante di aerobica, aspirante coreografa. Liria Tincanti, 65 anni, proprietaria di una gioielleria. Ferdinando Mantelli, 48 anni, ingegnere edile. Lucia Santoni, 21 anni, commessa di un grande magazzino, separata, madre di una bimba di 8 mesi.

"Ma questa vita cos’è.. se manchi tu.."

 

Università degli Studi. 19:20. Dieci minuti alla chiusura.

Gianni entrò nella stanza quadrata che 3 professori ordinari dividevano con 2 ricercatori, 8 tirocinanti e 3 dottorandi. Uno di questi 3 era lui. Si avvicinò al tavolo del prof. Sampieri e prese il pc portatile per inserirlo nella borsa e andar via. In quella squillò il telefono sul tavolo del prof.

"Pronto?", disse sbrigativamente Gianni, cercando con lo sguardo dove avesse lasciato l’agenda.

"Pronto, sono la professoressa Giarrusso", rispose la voce al telefono.

"Oh buonasera professoressa, sono Gianni".

La professoressa Giarrusso aveva un tavolo in quella stanza proprio di fronte a quello del professor Sampieri e spesso erano soliti andare a prendere un caffè insieme al distributore automatico nel corridoio del settimo piano, intorno alle 11. In più di un’occasione Gianni aveva pensato che i due insegnanti sarebbero stati una gran bella coppia, se solo non fossero stati entrambi troppo infelicemente già sposati con partner deludenti, che li avevano portati a pensare che fosse inutile aspettarsi altro dal mondo. Di tanto in tanto Gianni si era detto che forse avrebbe potuto provare a fare da Cupido tra i due, ma onestamente aveva già sin troppi cazzi per la testa per mettersi a pensare pure a questo. Però sarebbero stati una bella coppia. Magari un giorno, chissà.

"Ciao Gianni, sei da solo in stanza?"

"Si professoressa, le serve qualcosa?"

"Ascoltami Gianni, mi serve un favore- disse lei, il tono era molto serio, molto molto serio- hai davanti il pc del professore Sampieri?"

"Si certo. Ma è spento perché stavo andando via"

"Capisco che ti sembrerà strano, Gianni, ma è una cosa molto importante. Per favore accendilo e cerca una cosa per me".

"Si prof.. una ricerca in rete?"

"No.. ora ti spiego.. mi hai detto che sei solo vero?"

Il pc era acceso adesso.

"Fai una ricerca nel disco fisso del pc. Cerca la parola Chillemi e dimmi se trovi qualcosa".

Gianni fece la ricerca ed uscì fuori un risultato. Un documento word in una cartella protetta da password.

"Gianni so bene che la cosa non ti sembra saggia, ma ti chiedo ugualmente di aprirla. So che tu di computer ne capisci molto.."

"Prof..vede..- Gianni era confuso, non sapeva proprio che dire. L’orologio in basso nel desktop del pc gli segnalava che mancavano 5 minuti alle 19:30- io sono un po’ in imbarazzo.. insomma c’è una password.. io non posso.."

Silenzio.

"Prof è ancora in linea?", disse Gianni nervoso.

"Gianni tu lo sai cosa succede in città da 20 giorni vero? – la voce era controllata, determinata, decisa. Ma copriva una richiesta d’aiuto. – Lo sai ?"

"Si prof, certo. E so bene anche quanto ci sta lavorando.."

"Ecco.."

"Si ma questo che c’entra con.."

"Fai un tentativo, uno solo. Ti richiamo tra 4 minuti. Così hai il tempo di andar via. Tranquillo!".

Click. Michela Giarrusso chiuse il telefono e Gianni rimase con un pc acceso davanti, una richiesta di password in attesa che gli lampeggiava davanti, ed un dilemma morale grande quanto una casa. E in quella casa, il suo cuore galoppava in preda all’ansia.

 

Università degli Studi. 19:26. Sette piani sotto la stanza dove Gianni è seduto al pc.

Nell’emeroteca la luce è spenta e la porta socchiusa. Uno spiraglio di luce penetra dal corridoio come una lama, illuminando un poster sulla parete di fronte: il manifesto di una convegno internazionale da svolgersi nell’aula magna della facoltà ai primi di Febbraio, avente per tema l’arte di Benvenuto Cellini e gli influssi dell’ellenismo sulla sua opera. Eminenti relatori il professore italiano Ferdinando Stoppani e la professoressa spagnola Matilde Serrano. Al centro del poster un’immagine della statua di Perseo vittorioso su Medusa, in Piazza della Signoria, a Firenze.

E sotto quel manifesto, per terra, nascosto dall’oscurità, il corpo senza vita di Ignazio Speri, custode del dipartimento universitario. Vestito con jeans e maglia marrone. Riverso a pancia in giù. Una siringa conficcata nel collo.

 

Commissariato. 19:27. Stanza del commissario Mignosi.

Il commissario parla all’ispettore Termini. E’stato ritrovato un cadavere dieci minuti prima. Dentro lo scantinato di un palazzo in una stradina parallela alla tangenziale che porta all’imbocco sull’autostrada. Vicino alla cittadella universitaria. La persona è stata identificata in Filomena Del Popolo, 35 anni. Addetta alle pulizie dello stabile. La famiglia la cercava dalla sera precedente. L’assassino non si era fermato. Il suo ritmo ostinato e silenzioso proseguiva.

E per un minuto lì, mi sono perso, mi sono perso.
E per un minuto lì, mi sono perso, mi sono perso.

Università degli studi. 19:29. Dipartimento di Psicologia del palazzo di Scienze della Formazione. Settimo piano. Stanza del Prof. Sampieri e della prof.ssa Giarrusso.

"Trovato?", chiese dal telefono Michela Giarrusso.

"Si professoressa. Ho aperto la cartella e visionato il file. Mi sembra una poesia".

"Puoi inviarmela via mail? Ti do il mio indirizzo, aspetta.."

"Non c’è bisogno professoressa – disse Gianni con tono cupo – ho già il suo indirizzo e gliela sto spedendo".

"Grazie Gianni.. capisco che ti sto forzando, ma.."

"Non mi piace quello che sto facendo professoressa, non mi piace. Ma a questo punto credo di doverlo fare, dopo quello che ho visto, ho un gran brutto presentimento.. non so io stesso perché.. e non capisco cosa stia succedendo.."

"Di cosa parli Gianni?", chiese Michela allarmata.

"La password, professoressa.. la password. La password era giarrusso".

E per un minuto lì, mi sono perso, mi sono perso.
E per un minuto lì, mi sono perso, mi sono perso.

In città. In quello stesso istante.

In quello stesso istante sul tavolo del commissario Mignosi c’erano le foto dei defunti Fuggialla, Tracanti, Crollo, Benedetti, Soccorso, Tuttoilmondo, Guerrieri, Salvato, Ancora, Tincanti, Mantelli, Santoni .

In quello stesso istante nel buio dell’emeroteca dell’università sostava senza pace il cadavere di Ignazio Speri.

In quello stesso istante il commissario Mignosi, insieme all’ispettore Termini, si recava al civico 76 di Via dell’Ammiraglio, nei pressi della cittadella universitaria, per visionare il corpo martoriato di Filomena Del popolo.

In quello stesso istante Gianni Neve, chiudeva imbracciava la borsa da lavoro e cercava la chiave per chiudere la stanza al settimo piano del dipartimento.

In quello stesso istante la professoressa Michela Giarrusso apriva la mail e leggeva la seguente poesia:

Fuggi alla neve !!

Tra canti, mantelli,

guerrieri

Tutto il mondo

salvato

soccorso

ancora speri ?

T’incanti !

Santoni benedetti,

crollo del popolo.

In quello stesso istante il professore Francesco Sampieri premette il pulsante dell’ascensore, diretto al settimo piano del dipartimento, dove lavorava.

- SEGUITO : SECONDA E ULTIMA PARTE -


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62 commenti to “da qui non si esce. (racc. thriller- prima parte)”

2 02 2009
  diotima (02:38:08) :

ennò che non si esce: sto entrando adesso e il tuo racconto mi terrà compagnia per un bel po’

2 02 2009
  diotima (02:46:33) :

intanto mi hai fatto capire la mia avversione per i McDonald…però ci vai pesante! caspita!

2 02 2009
  diotima (02:49:04) :

intanto mi preparo una camomilla, prima di riprendere la lettura…

“fora”è la parolina

2 02 2009
  zagara (19:42:01) :

minchia…posso leggerlo a puntate?:-) se ti hanno ispirato i radiohead e’ bene…

3 02 2009
  silvana (00:29:16) :

Ciao Antonio , ora devo aspettare la seconda parte…certo , non è il genere di storie che aiutano il sonno, PALLULLLLLAAAAAAA!!! hehehe…che mi sarà venuto in mente di leggerla a quest’ora! ridere…a parte gli scherzi , non farci attender troppo per il continuo…un bacio e vista l’ora , Buonanotte ;)

Non smetterò mai di ripetterlo… hai veramente tantissima fantasia da sorprendere……

3 02 2009
  silvana (00:34:41) :

…certo che…tra colori… profumi…romanticismo… psicologia …umanità … erotismo e orrore… c’è veramente un mix d’ingredienti nella tua testolina!!

…Disordinata-mente tu ….

;)

3 02 2009
  silvana (13:47:09) :

…ancora niente…va beh…non far passar giorni però per il secondo tempo…hihi..

bacio

3 02 2009
  antonio76 (14:19:09) :

Ringrazio i cari notturni lettori del racconto :-)

Dovete portare un pò di pazienza.. mi sono limitato nella scrittura per evitare un racconto lunghissimo come era stato “A piccoli passi” (che era suddiviso in 7 parti).

Questo è diviso solo in due. Ipotizzo che la seconda parte sarà postata nel prossimo weekend o al più tardi ad inizio prossima settimana.

Grazie per la pazienza e per l’affetto :-)

3 02 2009
  silvana (16:18:31) :

Pazienteremmo Antonio , non preoccuparti…c’è anche ( meno male..) il reale fuori che ci chiama ad adempiere obblighi e piaceri ben più lieti…Buonagiornata ;)

4 02 2009
  sergio (02:05:58) :

oh cacchio!!!!
Puff… e chi dorme mo…

4 02 2009
  Titania (21:34:54) :

Nonzi, non sono io!!!

io sono meglio!! gulp :D

poi torno a leggere.. lo sai che mi ci vuole un secolo amme! :)

4 02 2009
  marcostefano (21:55:37) :

felice che gli ispiratori siano un po’ i Radiohead , aspetto la seconda parte .

Molto bello , un bel ritmo , una bella tensione . Un po’ Stephen King , un po’ Faletti , molto Antonio .

Ma perchè si uccide ? Per uccidersi ?

8 02 2009
  Tali (19:40:07) :

ehi salutino al volo visto che anch’io sto andando via :)

interesantissimo… mi è sembrato di vederti nei panni di Gianni… come se fosse un tuo alter-ego… non so…

a presto.

Tali

p.s. quel edificio della foto è la tua facoltà vero, dove lavori? e quello rosso la tua macchina? sì? eheheh… sono molto furba… ne riparliamo ;)

9 02 2009
  Titania (12:50:43) :

Letto finalmente ieri,

mi ero scordata di commentare, tipo che i pensieri ti arrivassero per osmosi,no! sto proprio fuori! e tu con tutte queste ideuzze nella testa? tante tantissime e di tanti tipi… era da un po’ che non incontravo questo Antonio qua.

:)

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