Le cronache di Belforte: la fiaba di Nicolino Tagliavia

10 10 2008

C’era una volta un piccolo paesino chiamato Belforte. Sito nei pressi di un delizioso laghetto, il ridente caseggiato era ben coperto da un ventaglio di montagne che lo riparavano dal vento e dai troppi turisti. Il suo essere leggermente sopraelevato riconduceva all’originaria natura di borgo cinto da mura, o castelletto, da cui il nome "Belforte". Una strada bella grossa lo tagliava a metà, con una grande piazza al centro e tante stradine più strette e intricate che da lì si dipartivano come i raggi del sole, a portare verso altri posti lontani. 

Lì, in mezzo a tante altre persone più o meno interessanti, e più o meno vive, ci esisteva Nicolino Tagliavia. Gran lavoratore e combattente, Nicolino, 32 anni, operava senza tregua, nel suo settore, da metà Aprile fino a fine Agosto, raramente fino a metà Settembre, e con forti punte nel periodo di fine Maggio. Nel resto dell’anno si godeva il meritato riposo, tranne qualche isolata attività nei periodi prefestivi, poco a Natale, più a Pasqua. Tuttavia, per quanto il periodo di attività fosse limitato, riusciva tranquillamente a mantenere le spese annuali, in quanto era l’unico che si occupasse dell’eliminazione degli "ospiti indesiderati" tra i 4 comuni della valle. Principalmente per un motivo: lui era l’unico che non fosse vissuto nella valle e dunque non avesse sviluppato la fobia, che invece accomunava un po’ tutti gli abitanti della zona. Era ritornato a Belforte dopo che per vent’anni aveva vissuto in Lussemburgo, causa l’emigrazione dei genitori. Dunque, essendo l’unico immune al terrore che incutevano le micidiali creature, era l’unico che ci guadagnava. E visto che viveva da solo, e senza grandi pretese, i soldi guadagnati tra fine primavera ed estate bastavano tranquillamente per il resto dell’anno.

Di solito, il primo a chiamarlo era l’assistente del notaio Terrazza, quel sant’uomo del signor Falsomiele. In periodo di Pesce d’Aprile gli arrivava subito la chiamata annuale. A seguire l’anziana signora Sampieranzi, che era adusa chiamarlo non solo per i problemi in casa sua, ma a nome di tutte le famiglie che abitavano l’ antico stabile nobiliare in via Cantucce 52. La contessa De Petris mandava il maggiordomo sempre intorno ai primi di Maggio. E poi, in ordine sparso, tutti quanti. Più le case erano vecchie e grandi, con un mucchio di stanzoni inutili e polverosi, più i "visitatori" erano lesti a mostrare la loro presenza. Soprattutto di notte, quando nei palazzi calava il silenzio. E la mattina le persone non potevano fare altro che chiamare Nicolino, perché al pensiero di quelle creature dentro casa non riuscivano a prendere sonno e, in buona sostanza, lì dentro in quella situazione non ci volevano vivere. Nicolino arrivava di buona mattina con tutto l’armamentario necessario e iniziava la sua battaglia contro gli ospiti indesiderati. Talvolta era una guerra infuocata e senza esclusione di colpi, ma il più delle volte si trattava solo di aver pazienza e un po’ di strategia. Nicolino nel corso degli anni si era fatto esperto ed era agile a trovare le contromosse a qualunque resistenza nemica.

Le regole erano semplici e poggiavano alcuni pilastri basilari: setacciare i posti pieni di carta e polvere, setacciare i luoghi molto caldi, setacciare i tubi. Il primo attacco era fatto con un gas abbastanza forte. Verificatone l’effetto, si poteva scegliere se fare un secondo giro con lo stesso, oppure prenderne uno più debole. Quando necessario, si ricorreva alle mani nude, ma in linea di massima preferiva non farlo. Nel caso di appartamenti molto grandi aveva bisogno di un assistente, ma di solito riusciva a cavarsela da solo.

Ultimamente la battaglia, però si era fatta più difficile. Nicolino aveva studiato l’avversario, l’aveva analizzato fino in fondo e si era pure messo in testa che fossimo nel bel mezzo di una mutazione. Le astute creaturine si erano trasformate, non erano più quelle di un tempo, e a giudizio di Nicolino, ciò andava addebitato ai malefici influssi della centrale nucleare a pochi chilometri da Belforte. Ne aveva parlato anche con la polizia, chiamando persino al commissariato della città, ma gli effetti non erano stati quelli desiderati.

"Il commissario Mignosi non c’è, più riferire a me, sono l’ispettore Termini", gli aveva risposto uno a telefono. Nicolino gli aveva spiegato la situazione, le sue perplessità, ma quello dall’altro lato del telefono se ne era fatto un baffo.

"Da come dice lei – gli aveva detto l’ispettore – sembra quasi che ci troviamo nel mezzo di un film degli anni ’50, tipo "le formiche assassine" o la "tarantola colpisce ancora".

"Le sto dicendo che secondo me si tratta di una situazione seria, dovreste fare un’ispezione in tutta l’area!"

"Guardi signor Tagliavia faccia una bella cosa, chiami i carabinieri, alla sezione zombie. O sennò direttamente la asl, al reparto vampiri".

Alla fine Nicolino Tagliavia si era deciso a continuare come sempre, però, forse per proteggere più se stesso, che non gli altri, si era deciso a camminare con tute di difesa più spesse, maneggiando guanti più duri. Così si sentiva più capace di difendersi dagli attacchi. Una volta le schifose creature camminavano, strisciavano o al massimo zompettavano. Adesso invece volavano che era un piacere!

Giorno 25 Luglio, Nicolino Tagliavia, si presentò a casa Gianfigliocci. Bussato alla porta, gli fu aperto dalla signora Gianfigliocci in persona. Ricca ereditiera di una sessantina d’anni, vedova della buonanima del cavaliere Gianfigliocci, che in vita tante ne aveva passate, da non potersi neanche raccontare. Questione di corna.

"Oh bravo figliuolo, venga, venga pure che la aspettavo con ansia. Ha trovato subito la strada? Si? Siamo un po’ fuori dal paese qui, avevo paura che non ci trovasse, ma io così in questa situazione non ci potevo più stare".

"Capisco signora..", aveva detto sottovoce Nicolino, squadrando ad occhio la struttura interna della casa, un appartamento grande a pianterreno. Potevano essere 200 mq. C’era una cucina abbastanza spaziosa con un bel forno e un bel frigorifero. Qua e là delle briciole di pane. Male. Poi c’erano 2 bagni, entrambi con doccia. Altro obiettivo sensibile. La camera da letto della signora, con tanto di foto in bianco e nero ad immortalare il cavaliere. Uno studio grande, con una libreria stracolma di libri polverosissimi. Un bel soggiorno, con mobili di sapore antico. Poi una serie di stanzette più o meno inutili, per ospiti che da un po’ di tempo non venivano più. Infine, una stanza con carta da parati verde, un letto con coperta scozzese, mobili decoupati con farfalle e un tavolino con sopra poggiati libri di diritto costituzionale. E dentro una ragazza intenta a studiare.

"Oh signor Tagliavia, questa è mia nipote Germana, viene qui per studiare tranquilla", disse lei.

"Quando c’è la tranquillità!", rispose senza troppi timori la nipote.

"Germana! – disse la signora un po’ stizzita, e poi, cambiando tono e rivolgendosi a Nicolino – la scusi mia nipote, è un po’ nervosa per via degli esami universitari.."

"Ma neanche per sogno!- aveva risposto di nuovo la ragazza – Gli esami non c’entrano un tubo di niente! Ti avevo detto che ero contraria a fare venire questo qui! E tu invece no! L’hai dovuto fare venire per forza!"

Nicolino era un po’ confuso, ma intuiva che la ragazza era contraria alla sua presenza.

"Ma che gran maleducata di nipote che sei! Ma guarda un po’! – si mise ad urlare la signora Gianfigliocci – Stai sempre zitta e guarda che parlantina che t’è venuta fuori adesso! Il signore qui è venuto ad aiutarci.. anzi.. a salvarci!! E tu dici di queste cose?? Chiedi scusa immediatamente!"

"Vabbè signora non fa niente – provò a dire Nicolino – se magari ne volete parlare meglio tra di voi.. io vi lascio tranquille e vi mettete d’accordo.."

"Siete degli sterminatori schifosi!! – la ragazza mise a fare come una pazza – Ecco cosa siete!! Che diritto avete eh? Non vi hanno fatto niente di male, vogliono solo mangiare! Sono creature della terra pure loro!"

"E tutte io me le devo tenere le creature della terra?? – sbraitò la signora – altre case dove andare non ne hanno? Se sono della terra, se ne andassero nella terra, e non a casa mia!".

Insomma, tra una cosa e l’altra passò un quarto d’ora, di più, mezz’ora. Alla fine la signora Gianfigliocci decretò che Nicolino avesse tutto il diritto di mettersi al lavoro. E basta!

E così avvenne. Il ragazzo cominciò dalla cucina, passando poi ai bagni. Visto che era piena mattina, le creature erano nascoste e dunque andavano fatte uscire dalle tane, per poi sferrare l’attacco. Dunque iniziò a disporre le trappole, spostando dal muro gli elettrodomestici, tipo il frigorifero.  Dopo circa un’ora e mezzo di lavoro, Nicolino sentì di nuovo riaccendersi la lite tra le due donne, in una stanza accanto.

"Adesso basta però! – urlava la signora – adesso sei ridicola!".

Nicolino faceva finta di non sentire, ma ad un certo punto dovette alzarsi, perché venne chiamato in causa.

"Signor Tagliavia, sia gentile, mia nipote ha trovato sta stronzata su internet.. glielo vuole dire pure lei che è una stronzata? La prego!".

Germana era seduta accanto ad un tavolo, su cui era sito un computer aperto su una pagina di un’enciclopedia virtuale. Nicolino si avvicinò, sentendo per un istante un buon profumo. Doveva essere Germana. Sullo schermo c’era scritto così: Blattoidei (Blattodea) sono un ordine di insetti comunemente noti come blatte o scarafaggi. L’ordine comprende oltre 4000 specie, divise in 6 famiglie. Sono insetti cosmopoliti, diffusi ovunque, tranne ai poli e alle altitudini superiori ai 2.000 metri. Nell’immaginario collettivo, le blatte sono percepite come insetti immondi che incutono ribrezzo e disagio. Gli stessi media enfatizzano questa percezione associando la figura dello scarafaggio alla sporcizia e agli ambienti malsani. Va precisato che, in generale, i Blattoidei sono insetti poco dannosi: delle oltre 4000 specie conosciute, quasi tutte hanno abitudini che interferiscono con le attività dell’Uomo in modo marginale. Le stesse specie fitofaghe, potenzialmente dannose alle coltivazioni, sono responsabili di danni irrilevanti sotto l’aspetto economico.

"Signorina – si avventurò a dire Nicolino, con tono calmo – capisco quello che vuole dire lei. Qui si parla in generale degli scarafaggi nel mondo. Ok. Però, se lei guarda bene, dopo metà pagina, trova tutti i rischi che si corrono a tenere gli scarafaggi dentro casa, soprattutto perché arrivano da fuori e portano malattie, soprattutto quando sono tanti e infestano il cibo. Deve sapere che gli scarafaggi tendono a vomitare, e quando lo fanno.."

"Va bene, va bene – tagliò corto la ragazza- va bene! Fate quello che cacchio volete! Tanto si sa che non conto nulla qui dentro! Fate pure!".

Nicolino non sapeva proprio che fare. Non gli era mai capitata una situazione del genere. Lui era lì per fare il suo lavoro, niente di più. Voleva farlo in fretta, prendere i soldi e tornare a casa. Lui non era molto bravo con le persone, non ci sapeva fare. Era molto più bravo con gli scarafaggi, quelli si che sapeva come prenderli. Però a vedere Germana così, gli veniva tristezza. Una tristezza che non si aspettava. Che stranamente lo colpiva, e lui stesso non ne capiva il perché. Doveva essere un tipo un po’ incazzoso quella ragazza, che più o meno doveva avere la sua stessa età. Ma sembrava che dietro quella rabbia ci fosse quasi una tristezza infinita. Quasi un mare in tempesta, che però ti accorgi che è solo un effetto speciale, e quando svanisce vedi che c’è un’acqua ferma, immobile, che silenziosa poggia su se stessa senza mai chiedere niente a nessuno.

Tornò a fare il suo lavoro. Dopo un po’ le trappole erano tutte pronte, ma nulla accadeva. Bisognava spronare gli scarafaggi ad uscire, perché si vede che resistevano alla tentazione di venire fuori. Nicolino parlò con la signora e le fece intendere che sarebbe stato meglio se sia lei, che sua nipote fossero uscite, perché ci sarebbe stata una puzza irresistibile dentro casa. Convincere la signora fu relativamente facile. Convincere Germana si rivelò impossibile. C’aveva un caratteraccio sta ragazza, ma a suo modo era di una coerenza inossidabile. Magari le serviva per mascherare una dolcezza infinita, che però non sapeva a chi donare. Nicolino se lo chiedeva e non sapeva come rispondersi, nel mentre che le dava una maschera da indossare contro i fumi del gas.

La signora se ne andò in giardino a passeggiare e Nicolino cominciò a spruzzare un potente insetticida dietro il frigorifero e dentro il forno. Non passarono venti secondi, che la cucina fu letteralmente invasa dagli insetti. Scappavano dappertutto. Germana era sulla porta e non sapeva che fare.

"Senta deve chiudere la porta, altrimenti scappano!! – disse Nicolino, con una risolutezza che era necessaria- Decida dove vuole stare, ma la porta la deve chiudere!". All’inizio la ragazza scelse di stare dentro, ma poi, impressionata dalla strage in atto, uscì dalla stanza. La battaglia fu cruenta. Gli scarafaggi erano di dimensioni discrete e molti volavano. Nicolino non poté non notare come avessero una coloritura diversa dal solito marroncino e maledisse il commissariato della città che tardava a mandare ispettori alla centrale nucleare. Le bestie erano resistenti come non mai. Scelse la strada inevitabile: un secchio, del veleno e un getto nel pavimento. Gli scarafaggi che correvano freneticamente, sparpagliati per terra, furono bruciati all’istante dall’acido. Una mossa brutale, ma efficace, tipo bomba atomica.

Nicolino uscì dalla cucina e si tolse per un istante la maschera, togliendosi il sudore dalla fronte. Sembrava un astronauta tornato da Marte. Germana era seduta nella stanza di fronte, un po’ stupita, un po’ stanca, un po’ terrorizzata.

"Come sta? Si vuole riposare?", gli chiese.

Era bella. Bhè non si può dire fosse una modella, ma era intensa. Che è molto meglio di essere una modella. Lo sguardo, le labbra, la carnagione olivastra, i capelli neri raccolti con cura, con mille pinzette e pinzettine coloratissime, tutto parlava di lei, ma Nicolino aveva paura di non avere il vocabolario per tradurre tutti questi messaggi. Aveva paura di non riuscirli a capire. Non era magra, anzi, ben lungi dall’essere magra. Se avesse sorriso, almeno una volta, Nicolino avrebbe potuto pensare che fosse dolce e paffuta, una dolce dolcissima ragazza un po’ cicciottella. Ma non sorrideva. Non sorrideva mai. Pensò che dovesse essere una di quelle ragazze che se le incontri per strada e le guardi prendono subito il cellulare e fanno finta di controllarlo. Magari tengono volutamente vecchi messaggi in modo da poterli cancellare quando non vogliono guardare qualcuno. Chissà com’era questa ragazza, chissà com’era stata la sua vita, chissà che cosa aspirava a diventare. Glielo avrebbe dovuto chiedere, ma era il momento del bagno, adesso. Nicolino prese un tubo di gomma e lo inserì nel buco di scarico della doccia. Si rimise la maschera sul volto.

"Signorina mi scusi non sarà una bella scena, le consiglio di uscire, mi ascolti", disse. Germana chiuse la porta. No, non la chiuse, la socchiuse. Da uno spiraglio rimasto, vide che lei lo osservava. Si chiese per un istante cosa stesse facendo. Lo stava spiando? Aveva paura che si rubasse qualcosa? O lo stava solo guardando e basta? E perché lo doveva guardare? Lui non aveva niente di speciale, non c’era niente da guardare in lui! Poche storie, lasciò scorrere il veleno nel tubo di gomma e si preparò alla scena. L’onda d’urto fu potente. Decine di scarafaggi uscirono fuori dal buco. Con una mano teneva il tubo micidiale, con l’altra un secondo spray con cui uccidere i fuggitivi. Fu una bella faticata.

Uscito dal bagno, e dalla seconda battaglia, si trasferì subito nell’altro bagno, senza dire nulla. Germana lo guardava senza proferire parola. Per lui era meglio così, non avrebbe saputo cosa dirle. Non era un tipo fatto per conversare Nicolino, e lo sapeva. Lo aveva capito anni prima e la vita glielo aveva sempre confermato. Meglio lavorare. Zitto e lavorare. Secondo bagno, stesse modalità, terza battaglia. Ci vollero tre quarti d’ora, ma ci riuscì.

Guardò l’orologio e comprese di essere lì da quasi 6 ore ormai. Da 5 ore e tre quarti conosceva Germana. Era introversa forse, aveva un muro davanti. Nicolino pensò che dietro quel muro potesse esserci un prato coloratissimo. Ma era un muro troppo alto da scalare, troppo alto. Lui non avrebbe saputo da dove cominciare, né come fare. Lui era fatto per ammazzare gli scarafaggi. Per questo era andato lì e questo doveva fare.

Adesso era il turno dello studio. Libri sugli scaffali, libri sul tavolo, libri per terra. Il paradiso dello scarafaggio. Tra polvere e carta, gli insetti la facevano da padroni. Certo, il suo non era un bel punto di vista sui libri. Lui lo sapeva che i libri, i romanzi, erano una gran bella cosa, ma non erano proprio fatti l’uno per l’altro. A scuola era andata come era andata, aveva letto quello che gli avevano imposto di leggere, senza mai fare grandi domande. Aveva fatto la scuola in Lussemburgo, ma poi, tornato in Italia si era messo subito al lavoro, mettendo in pratica quello che in tanti anni aveva imparato da padre e zio in materia di scarafaggiume. La sua scuola era stata quella. Il resto lo si poteva tranquillamente cancellare. Germana era sempre lì. Ma perché non se ne andava? Perché lo seguiva, perché non prendeva una scusa per andare via? Una scusa qualunque, anche la più becera e inconsistente sarebbe andata bene. Se se ne fosse andata lui sarebbe rimasto da solo, tranquillo, come sempre. Avrebbe fatto in fretta e furia il suo lavoro e se ne sarebbe tornato a casa. Lui c’era abituato a star solo. Lo era sempre stato, sin da bambino.

"Che poi.. alla fin fine.. andando al succo del nocciolo del discorso il fatto è sempre quello".

"Prego ?", disse lei.

Nicolino si accorse d’improvviso che a forza di stare in mezzo al vortice dei suoi pensieri, in mezzo a quel dialogo continuo "su cosa faccio e cosa dico", alla fine ciò che era solo nella sua mente, era diventato parole in libertà, ad alta voce. La figura di merda era dietro l’angolo, o forse aveva già girato l’angolo. A quel punto o bere o affogare. Si mise a parlare con lei, esprimendo ad alta voce, quelli che fino a quel momento, in tutto il resto della vita, erano stati solo pensieri suoi, ripetuti in modo più o meno ossessivo.

"Si.. bhè.. tutti quanti siamo stati bambini che andavano presi a scuola, in prima elementare, no?", disse lui.

"E quindi?", fece lei, non capendoci un fico secco.

"Lo siamo stati tutti, bambini presi a scuola, alle elementari.. su questo non ci piove. Qualcuno era più fortunato e qualcuno meno, come in tutte le cose, se è così che la vogliamo mettere.. ma forse la fortuna non c’entra nulla in tutta sta storia".

"Uhmm.. si.. ok.. mi scusi un attimo, credo di dover andare a vedere dov’è mia zia, è da un po’ che non la sento in giro.. non vorrei si fosse addormentata con la testa sul tavolo del giardino…"

Ma Nicolino era irrefrenabile ormai.

"La verità è che c’era sempre quel qualcuno che veniva preso da una mamma, o un papà, o un nonno amorevole, che arrivava puntuale ed era sempre un gran bel giro di baci ed abbracci.. Si.. le cose andavano così.. c’era sempre quel compagno di classe che usciva dalla porta della scuola e trovava qualcuno ad attenderlo, come se fosse la cosa più semplice del mondo. In effetti dovrebbe esserlo.. Dovrebbe.."

Germana, che era già col piede destro per andar via, si fermò ad ascoltarlo, incuriosita. Nicolino continuava a parlare. Voleva guardarlo negli occhi, ma non le riusciva.

"Io me li ricordo.. bimbi tranquilli, sereni, con qualcuno che li aspettava fuori da scuola con un bel sorriso.. se fossi una persona rancorosa direi che mi facevano una grande antipatia quei tipi lì, che tutto gli va bene, ma a che serve continuare ad avere in antipatia un bambino di una prima elementare di 30 anni fa, che magari adesso fa il chirurgo e può salvarti la vita? Si può passare una vita a pensare a queste cose? E poi non era mica colpa sua, o colpa dei suoi genitori! Già.. Poi ricordo che qualcun altro invece veniva preso in ritardo, o magari anche puntuale, ma in ogni caso si finiva con dei grandi lacrimoni, perché aveva trascorso tutto il tempo nell’angoscia più nera e il pianto arrivava come una liberazione. Certo, aveva trascorso una gran giornata di merda, quel piccolino, a ben pensarci, così triste per il fatto che i suoi lo avessero lasciato a scuola, però quanta gioia c’era in quelle lacrime? Aveva sofferto come un cane, però adesso era felice. E se non si sentiva felice, almeno si sentiva che la sua pena era finita, ed era raccolto, voluto.. non so.. comunque si sentiva che erano venuti a prenderlo. E’ già qualcosa.. no?"

Germana fece un piccolo cenno con la testa. Guardava in fondo alla stanza, i libri polverosi buttati per terra. Perché quelle semplici parole, quei piccoli altrui ricordi, le penetravano dentro, così intensamente?

"Già.. – riprese Nicolino – E poi invece ci sono quelli che vengono lasciati lì, ad aspettare per mezz’ore che sembravano l’eternità. Quelli che per forza di cose diventano amici dei bidelli, perché nel frattempo che la scuola si chiude e i bambini sono tutti via, restano solo loro con cui parlare. Si parla del calcio, si parla del tempo, insomma ti danno a parlare, perché hanno paura che ci stai restando male, che ancora nessuno è venuto a prenderti.. ma tanto tu nemmeno ti arrabbi, a quel punto, perché tanto lo sai che sarai preso in ritardo. Lo sapevi già quando ti avevano lasciato a scuola di mattina.. Che ti arrabbi a fare? Che ci piangi a fare? Non ne vale la pena, tanto lo sai che sono così e non cambiano. E quando alla fine qualcuno ti viene a prendere e ti chiedono "com’è andata la scuola?", la risposta è un semplice velocissimo "bene". E guardi fuori, dal finestrino dell’auto, il mondo che passa, che corre, e corre via".

Il mondo che passa, che corre, e corre via. Era un’immagine che Germana conosceva bene, fin troppo bene. La sua adolescenza era stata un continuo guardar fuori dal finestrino, con la musica a palla negli auricolari.

 "Ma in fin dei conti tutte queste storie potrebbero sembrare dalle gran minchionate, delle storielle strappalacrime che ci si racconta per dirsi che si è stati sfortunati e quindi siamo depressi e vogliamo essere trattati da depressi e malinconici, che così ci sentiamo accettati. Ma la verità non è questa, o almeno non è solo questa. La cosa più importante è che su questa frase accennata velocemente, su questo "bene" detto con apatica noncuranza, piano piano ci costruisci una vita, e nemmeno te ne accorgi. Non te ne accorgi. Non lo so come succede, però non te ne accorgi. Rispondi con un generico "bene" a chiunque vuol sapere chi sei, come stai, che fai e dove vai. Tanto in fondo a loro non gliene frega niente. A tutti non gliene frega niente. Ognuno va per i cazzi suoi, con i suoi cazzi per la testa, e che gli vuoi dire? Tutti, così come vengono, se ne vanno subito. Tutti quanti, familiari, conoscenti, amici. Quelli veri e quelli finti. Succede. Succede così. Ti succede ogni giorno e tu non lo sai, non lo vedi. O magari non lo vuoi vedere. Magari lasci che sia così, che tutti e tutto scorrano, intorno a te, intorno ai tuoi "bene". Poi d’improvviso ti ritrovi davanti una persona che non sai perché e non sai per come, ma hai una gran voglia di parlarle, di dirle chi sei, che cosa ti ha portato fin lì. Le racconteresti i tuoi sogni e ciò che vuoi dalla vita e staresti ore lì in attesa, fermo ad aspettare che anche lei si convinca a raccontarti un briciolo della sua vita. Però le parole non ti escono. Le vorresti dire, ma non escono. E allora te ne accorgi.. allora si che te ne accorgi!.. che nella vita hai detto sempre "bene" di qua e "bene" di là, sperando che al più presto si cambiasse discorso e si voltassero tutti dall’altra parte, come al solito. E hai imparato a dire solo "bene", e a dirlo veloce. E non è bello quando lo scopri, sai? Non è bello, perché ti sembra una martellata, o meglio, più che altro.. ti accorgi che hai passato la vita a darti martellate e ora che vorresti correre, per la prima volta nella vita, ti guardi le gambe e ti accorgi che sono fratturate. Per la prima volta vorresti parlare, non fermarti solo ad un "ciao", o un "bene", ma parlare.. all’infinito.. nella speranza che lei si accorga di te, che anche lei ti voglia parlare. Perché dentro di te c’è sempre stato un folletto che aspettava questo momento. E se per caso anche in lei c’è una piccola stralunata folletta che aspettava questa stessa cosa, questo stesso momento, allora forse è proprio il cacchio di momento giusto per farli parlare per davvero sti folletti, tra di loro! E forse è un momento assurdo, ma questo momento assurdo ti potrà rendere la vita bellissima. E infinita".  

Germana restò un po’ interdetta, ma sentì un forte calore sulle gote. Capì che nel suo viso si era acceso un sorriso. E Nicolino pensò che quel sorriso poteva essere per davvero l’inizio di un futuro migliore.


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44 commenti to “Le cronache di Belforte: la fiaba di Nicolino Tagliavia”

10 10 2008
  violacolor (14:26:29) :

tagliavia gianfigliocci… maaaaaa li crei di notte qsti nomiii ? :P

b we

v

10 10 2008
  Raz (19:10:58) :

lo stile di scrittura mi ricorda Andrea Vitali, la fantasia dei nomi ke appioppi ai personaggi mi ricorda Stefano Benni.
Braverrimo Antò!

13 10 2008
  Il Giomba (09:42:19) :

No , non sono su Facebook !

Come mai mi domandi ?

13 10 2008
  Anna (15:47:31) :

I tuoi racconti sono sempre bellissimi da leggere e i nomi sono semplicemente eccezionali :)

Bravo Antonio

13 10 2008
  Anna (15:48:04) :

I tuoi racconti sono sempre bellissimi da leggere e i nomi sono semplicemente eccezionali :)

Bravo Antonio

13 10 2008
  Hell (23:07:05) :

E’ vero, il tuo stile ricorda Andrea Vitali.

Concordo, i nomi sono azzeccati, oltre a essere strani.

Per esempio, Tagliavia per una persona che se la cavava sempre con un “bene” veloce.

E’ un racconto, ma c’è del vero :)

Bravo

14 10 2008
  Paola (16:15:34) :

Ciao Antonio…però…hai del talento…:-)

18 06 2013
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