Le cronache di Belforte: la fiaba di Equinozio Falsomiele.

2 10 2008

C’era una volta un piccolo paesino chiamato Belforte. Sito nei pressi di un delizioso laghetto, il ridente caseggiato era ben coperto da un ventaglio di montagne che lo riparavano dal vento e dai troppi turisti. Il suo essere leggermente sopraelevato riconduceva all’originaria natura di borgo cinto da mura, o castelletto, da cui il nome "Belforte". Una strada bella grossa lo tagliava a metà, con una grande piazza al centro e tante stradine più strette e intricate che da lì si dipartivano come i raggi del sole, a portare verso altri posti lontani.  

Lì, in mezzo a tante altre persone più o meno interessanti, e più o meno vive, ci esisteva Equinozio Falsomiele : settant’anni di cristiano, pochi capelli bianchicci sulla testa a uovo, 8 cravatte da suddividere per 365 giorni in un anno ed un nome improbabile che unito ad un cognome del cazzo lo avevano reso facile bersaglio di barzellette e canzoncine ai tempi delle elementari. Tanto il cognome, quanto il nome, erano stati oneroso lascito del di lui padre, il fù Gianmichele Falsomiele, bersagliere medagliato e grande appassionato di astronomia. Da ciò il nome Equinozio, simbolo di equilibratezza, croce e delizia di questo bravuomo, che per larga parte della sua integerrima esistenza era stato a servizio del notaio "Terrazza", in qualità di assistente e tuttofare.

L’autorevole "Studio Notarile Terrazza" era da decenni fulcro rotatorio, snodo legale e baluardo etico-morale di qualunque importante evento accadente in Belforte. Matrimoni, funerali, spartizioni di beni, diciottesimi di compleanno, aperture di locali nuovi e ristrutturazioni di vecchi, tutto ed ogni cosa veniva comunque e sempre vidimato e confermato dall’augusteo timbro del notaio Filippo Terrazza (detto Terrazza padre) e negli ultimi venti anni anche da Ferdinando (detto Terrazza figlio). Ma tanta magniloquenza non poggiava solo su un’imperiale acquisizione di lustro tra il popolo, dovuto magari alla cultura ben esposta o al vestire sempre curato, bensì anche ad una fondamentale purezza d’animo e ad un cuore gentile, che in più occasioni era stato dimostrato dal Terrazza padre. Ad esempio, era stato proprio il "Terrazza padre" a prendere Equinozio con sé, quando era ancora un quindicenne debosciato che pensava all’amore e a rubarsi le mele dal fruttarolo. Filippo Terrazza, che ai tempi, di anni ne aveva 35, lo aveva colto, ancora pargolo, con le mani sul fatto, e lo aveva condotto dal bersagliere, il quale "senza se e senza ma" era partito per prendere un bastone (vecchio amorevole ricordo del Carso) per dargliele di santa ragione ad Equinozio. Che a quel discolo di un figlio c’era da impartirgli l’educazione!

Ma il notaio, ancora giovane ed idealista, s’era messo di traverso. "Ma che è? Lo bastona così davanti a me?? E crede di cavarne buoni risultati? Buoni esempi ci vogliono, per il giovanotto, non le mazzate! Che le bastonate che gli dà, poi le tornano indietro da vecchio, lo sa? Deve capire com’è fatta la vita, piuttosto, nei suoi regolamenti!". In breve, s’era compreso che il figlio era un furbetto dalle mani lunghe, mentre il padre era un gran bel tiranno che per quanto era ligio al dovere, pur tuttavia sto dovere agli altri non sapeva insegnarglielo! Fu così che Filippo Terrazza si propose come sottospecie di educatore. E così fu. Tutti i pomeriggi, Equinozio andava allo studio del notaio, che gli insegnò, nel corso degli anni, il vivere civile, la concordia tra gli uomini e le meraviglie del sommo bene. Da bravo alunno, in seguito divenne fidato tuttofare. Mai socio, beninteso, ma grande assistente, quello si. Una gran mente per i numeri di telefono, per i visi e per gli indirizzi delle vie, che invece non entravano mai in testa al notaio Terrazza padre. Uno schedario mentale stupefacente, che pur con il passare degli anni, non aveva mai fatto le bizze. Diversamente era accaduto alla testa del notaio, invece. Col passare degli anni, anche le pratiche più semplici erano diventate cataclismi complicatissimi e la giovane imprenditoria del paese, così fresca e luminosa del sole dell’avvenire, non aveva proprio voglia di pazientare. E così accadde che il Terrazza figlio, che da decenni ormai lavorava sodo all’ombra del Terrazza padre, subentrò in tutto e per tutto al papà. Il quale, andatosene in pensione di Novembre, morì di nostalgia in quel di Febbraio. A 95 anni soli.

A Marzo, finiti i dispiaceri e in convenevoli d’occasione, Ferdinando Terrazza chiamò una sera Equinozio Falsomiele nel suo studio. Tanto Equinozio lo sapeva che cosa Terrazza gli dovesse dire. Non si campa mica fino a settant’anni senza sapere stare al mondo e senza saper capire cosa ti vogliono dire quando il caporione di turno ti chiama in tarda serata.

"Caro Equinozio.. come va? Eh? Da quanto ci conosciamo noi due? Tanto.. Eh si.. Mi ricordo che ero ancora un bimbo e lei era già qui, a tenere a mente numeri e conti, senza mai chiedere un giorno di riposo, senza mai una malattia.. senza.."

"Adesso mi sento stanco però.." , tagliò corto Equinozio, che sapeva bene dove sarebbe andato a parare il neotitolarenotaio.

"Si sente stanco ??", disse un po’ confuso il Terrazza figlio.

"Signor notaio, dice bene lei, che ci conosciamo da tempo. Lei in effetti è sempre stato gentile nei miei riguardi. Forse quando era giovinetto un po’ di rabbia con me ce l’aveva, che passavo più tempo io con suo padre qui dentro, tra questi libri polverosi, di quanto non ne trascorresse con lei a casa. Ma ricordo che a suo tempo ne parlammo e fui io stesso a farle capire il gran bene che suo padre comunque le voleva. E la spronai, ben si ricorda, ad entrare in questo studio, e farlo suo a poco a poco, che della sua testa c’era un gran bisogno. Ora suo padre non c’è più. Dio solo sa il gran bene che gli ho voluto, che il padre ce lo dà la natura, ma il nostro angelo protettore nella vita ce lo scegliamo noi, e lui per me lo è stato fino alla fine dei suoi giorni. Ma lei ha una testa diversa da suo padre, e non la offendo. Che lei lo sa meglio di me. Diversa, non migliore. Lei non ha bisogno dei numeri di telefono che ricordo a memoria io. Lei c’ha bene le sue assistenti in divisa e la sua rete multimediale per ricordarsi pure a che ora si deve alzare. Io non sono fatto per questo. E’ tempo che mi vada a riposare. E’ giusto così". Così dicendo, era girato sui suoi tacchi per andarsene, ma il notaio lo aveva fermato.

"Signor Falsomiele.. Equinozio.. caro Equinozio.. che tempra la sua.. ehehehe.. si va bene, lei forse ha ragione, ma prima di decidere per questa via, in ogni caso, le devo dare questo, da parte di mio padre". E così dicendo gli aveva dato una busta gialla.

Tornato a casa, la aprì. Una lettera del Terrazza padre, scritta di suo pugno, una ventina di anni prima, in cui tra mille ringraziamenti e mille e più riconoscimenti di buon operato al buon Equinozio, si diceva infine di recarsi al Monastero di Sant’Albicocca. "Perdonami se in vita fui obbligato al silenzio, ma a tale promessa ero stato costretto. Ora è onesto che quanto ti è stato secretato, infine ti sia palesato, caro Equinozio. Che è giusto e degno che ogni padre riconosca suo figlio, e ogni figlio suo padre".

Il signor Falsomiele per poco non gli era preso un infarto, del nono grado della Scala Mercalli.

Si, in effetti c’è anche questo da dire. Tra i tanti incarichi svolti nel corso dei decenni, vi era un particolare ministero: accompagnare il Terrazza padre al monastero di Sant’Albicocca e recapitare a mano, in seguito, delle buste sigillate che gli venivano trasmesse. Il destinatario era sempre uomo maschio. In pratica accadeva questo: per mille e più ragioni che rendono la vita complicata e complessa, accadeva che di tanto in tanto una povera ragazza giungesse al convento con un pargolo bambino che non poteva tenere con sè. Le suore del monastero erano sempre misericordiose e caritatevoli nell’accogliere e accudire il bimbo e nel sostenere, seppur di lontano, la madre, invogliandola verso la retta via. Le dolci spose del Signore cercavano di fare quanto in loro potere (e anche qualcosa di più) per far stare in contatto il figlio con la madre, e lo facevano con una grazia e una delicatezza da fare lacrimare. Però erano rigide, determinate ed inflessibili nel voler sapere chi fosse quell’ippomane sconsiderato padre, o i padri, se il dubbio era irrisolvibile. Quindi veniva scritta una bella letterina, di cui Terrazza era scudiero e depositario, fintantoché ci fosse qualcuno che pensasse al pargolo. Dopodiché, quando il tutor morale ed esistenziale del giovane moriva, si recapitava la lettera al padre biologico dicendogli, in buona sostanza, "scellerato che sei, guarda che c’hai un figlio!".

Quante di queste lettere Equinozio avesse recapitato, a mano, sigillate, in giro per i paesi, col caldo e con il freddo, non si poteva neppure contare. Una vita. Decenni passati a far questo. E ora, che se ne andava in pensione, a settant’anni, la lettera arrivava a lui. Lo scellerato ippomane sconsiderato padre era lui!

"Padre? Io padre? Io padre di un figlio segreto, tenuto al monastero dei fanciulli abbandonati di Sant’Albicocca!!!". Che notizia. Che uno d’improvviso sa che è diventato papà. Che c’ha un figlio, che c’ha una prole, che vive mangia e dorme in qualche parte del mondo umanizzato. Magari è successo cinquant’anni prima, però lo sa adesso. Che notizia.

Fu una notte da non poter dormire, da girarsi e rigirarsi dentro le coperte. Ad un momento si diceva di prendere il telefono e telefonare. Ma a chi? Andare a rompere le uova nel paniere a gentili signore, ormai attempate, che decenni prima erano state ragazze compiacenti? Lui, vedovo ormai da dieci anni e più, con un figlio comandante d’esercito in Canada, doveva mettersi a fare di queste cose? Fu notte da non dormire. Giunta l’alba si alzò, si inserì nel suo vecchio maggiolone, che non era mai uscito da Belforte, con pochi utili bagagli, fra cui le otto cravatte, e partì verso Sant’Albicocca.

Ma il suo vecchio maggiolone era per l’appunto vecchio, e per l’appunto mai uscito da Belforte, onde per cui, percorsa una cinquantina di chilometri si fermò di botto, come se gli fosse venuto un embolo nel radiatore, più o meno nei pressi del bivio per Montesumma. Più o meno dalle parti del cimitero. Più o meno alle 8.30 del mattino.

Alzare il cofano e vedere il motore fumante e la batteria in stato pietoso non fu consolatorio. Chiuse l’auto e rimase sul ciglio della strada ad aspettare. La lettera del notaio ben salda dentro la tasca della giacca; ogni quarto d’ora controllava con la mano destra, che fosse ancora lì. L’unica speranza era qualcuno che andasse al cimitero, e dopo la visita al caro estinto, riprendendo la via di casa, gli desse un passaggio verso il monastero. Però ancora era presto, di gente non ne arrivava.

All’improvviso, eccoti spuntare un ragazzo non più giovanissimo, alto e allampanato con capelli neri e braccia buone. Un naso rosso e due occhiaie pesanti venute su bene a forza d’influenza non curata. Appena lo vide, Equinozio gli si fece incontro per chiedergli se aveva da dargli un passaggio, ma non ebbe il tempo di fiatare, perché fu il ragazzo a parlare per primo.

"Mi scusi che c’ha un bicchiere d’acqua?", gli chiese quello.

Equinozio rimase un attimo interdetto. Lì fermo, sul ciglio della strada, si guardò un attimo le mani vuote, come uno scemo. Un bicchiere d’acqua? Lì? Ma che domanda era?

"No.. no, mi dispiace.. acqua non ne ho qui con me.."

"E nemmeno bicchieri?"

"Eh.. no.. no.. nemmeno bicchieri..". Equinozio non capiva se era scemo lui a sentirsi così scemo, o se era scemo il ragazzo, ma  forse non ne era consapevole.

"Ah – disse il ragazzo, sconsolato – ok.. bhè.. è così.. grazie lo stesso..". E fece per andarsene.

Equinozio rimase un po’ di stucco, ma si riprese subito, chiedendogli se aveva da potergli dare un passaggio, in direzione del monastero. Il ragazzo accettò di buon grado, facendo però notare che si sarebbe dovuto fermare al primo bar di strada, perché gli serviva un bicchier d’acqua per prendere la sua medicina.

Si infilarono nell’auto verde pistacchio del ragazzo e partirono.

"Comunque, giusto per buona creanza, io mi chiamo Falsomiele. Equinozio Falsomiele".

"Ah si.. piacere.. aspetti, ma il nome qual è?"

"Equinozio è il nome, Falsomiele il cognome.."

"Ah.."

"Bhè si.. capisco che all’inizio può suonare strano..", disse Equinozio sorridendo.

"Eh.. bhè.. no no.. che c’entra.. ognuno.. bhè.. insomma.. è così..", disse il ragazzo guardando avanti a sé la strada in movimento. E poi zitto.

Passarono due minuti di gelido silenzio. Il ragazzo teneva le due mani sul volante, dritti gli occhi sulla strada, mirando e rimirando se in lontananza vi fosse mai l’insegna di un bar. L’età era incerta, ma a ben guardare non doveva essere sotto i 30.

"Mi scusi – fece con fare cortese il buon Falsomiele – forse non ho capito bene il suo di nome".

"Come? Ah.. e forse perché mi sono scombussolato col suo nome e mi sono dimenticato di presentarmi. Mi chiamo Mario. Ma quasi tutti mi chiamano Mariolino.."

"Ah.. diminutivo certo.. anche se in verità è più lungo il nomignolo del nome", disse sorridendo Equinozio, che di diminutivi non ne aveva avuti mai, visto che era troppo divertente prenderlo in giro per il suo nome originale.

"Bhè si.. credo che Mariolino hanno cominciato a chiamarmi alle elementari.. i miei compagni.. perché avevo il pisello piccolino".

Equinozio strabuzzò gli occhi, senza cercare di darlo a vedere. Ma quel ragazzo non aveva filtri? Quello che pensava, diceva? Non poteva credere che quel ragazzo avesse detto così tranquillamente ad uno sconosciuto, per di più anziano, che da piccolo lo prendevano in giro per le misure del pene. Si conoscevano da meno di un quarto d’ora! E lui come doveva controbattere ad un’affermazione di questo tipo? Tono consolatorio? Non sarebbe suonato falso? Allora meglio far finta di niente? Di non aver sentito? Lasciar decantare la cosa? E se fosse passato per insensibile? Nel frattempo Mariolino inseriva la sua tipica chiosa finale: "Bhè.. è così..".

Ma che significava? Perché chiudeva sempre le frasi a sto modo?

Ecco un bar.

Si fermarono, scesero dall’auto ed entrarono nel locale. A Mariolino non parve vero di trovarsi davanti ad un bicchiere d’acqua. Ploff !! Frrrrrrsschhhhhhhhhh !!! Il giovane buttò un bel pasticcone effervescente nell’acqua e rimase compiaciuto a guardarlo mentre si scioglieva a poco a poco in un gran carnevale di bollicine festose. Nei suoi occhi malaticci si era dipinta l’allegria. Sembrava un bimbo, Equinozio ne era affascinato. Forse ciò era causato anche dall’improvvisa notizia di essere nuovamente papà, ma forse non solo questo. In quel ragazzo c’era una tale naturalezza da stregare, pur nel suo esser strampalato. Per lui sembrava che il mondo fosse una scoperta continua.

"Non è divertente da morire? – disse Mariolino – Non sono troppo forti queste bollicine?"

"Si", fece Equinozio studiando quel sorriso appassionato.

"Io starei sempre malato solo per prendere la Vivin C. Sono così rassicuranti ste bollicine, il suono, il pizzico al naso.. il profumo all’arancia che si unisce al frrrrssshhhhh.. io lo amo.. mi fa sentire in pace con il mondo.. come in armonia.."

"Si.."

"Bhè.. è così..".

Tornarono in auto e ripresero il viaggio.

"No, non ero andato a far visita a parenti sepolti – disse il giovane, rispondendo al curiosare di Equinozio- ero lì per lavoro.. Io faccio il marmista.. ma al momento faccio l’osservatore.. si.. bhè.. è così.."

"Cioè osservi quello che fanno gli altri marmisti?"

"No.. no.. osservo le tombe.. in pratica giro per i cimiteri dei paesi e vado annotando chi c’ha la tomba di marmo e chi non ce l’ha. Allora indago, prendo informazioni, cerco di capire chi sono i familiari e se possibile li convinco a far fare una bella lastra di marmo al loro amato defunto".

"Ma davvero? – chiese perplesso Equinozio – Esiste un lavoro simile?"

"Se esiste non lo so.. però io lo faccio.. bhè.. è così"

"E giri tutto il tempo in lungo e in largo per i cimiteri?"

"Si.."

"E come ti senti?"

"Come mi sento? Bhè.. mi sento come mi sento.. è un lavoro.. è così.. semplicemente.. non c’è molto da dire.. o forse a parole non si può spiegare.. è così.."

"Ma non ti dispiace vedere sempre morti, tombe, gente che piange? Non ti fa male?"

"Certo a girare sempre per cimiteri vien male.. però sa.. signor Falsomiele.. quando io poi gli parlo alle persone.. si, all’inizio gli rompo un po’ le scatole perché sembra che gli voglio dare la colpa se il loro parente non è ancora sistemato bene al cimitero.. ma poi.. non lo so.. si aprono.. si mettono a parlare di ricordi.. di emozioni che credevano dimenticate.. mi parlano di loro dolori e poi magari comprare una lastra di marmo tutta bella preparata per il loro parente, o amico, sembra quasi che lo rivedano vivo per un attimo, che gli vogliano fare l’ultimo bel regalo.. che magari gli vogliano chiedere scusa.. magari.. però alla fine mi sembra quasi che vedo più vita io di tanti altri.. si.. bhè.. in tutta semplicità è questo.. è così.. non c’è da girarci granché attorno.. è così..".

Com’era strano quel ragazzo, che tutto vedeva così semplice. Ad Equinozio, tutto questo non capitava ormai da un bel po’, o forse non era proprio mai capitato. Forse era stata colpa un po’ di suo padre, il bersagliere, o forse no. Forse i decenni trascorsi dai Terrazza padre e figlio, lo avevano un po’ appestato di scartoffie e timbri e sigilli. Anche lui ne aveva visto di funerali e di divisioni di beni e rendite catastali tra familiari del caro estinto, ma non ci aveva mai trovato questo prodigio, quest’incertezza del vivere colma di fantasia. Sapeva che c’erano regole che governavano il bene comune e la fondamentale uguaglianza tra esseri viventi. Ed anche una pillola che si trasforma in bollicine si basa su regole fisiche e biologiche. Ma la si può anche vedere come una dolce magia di cui prendere atto, di cui dire semplicemente "è così".

Ma a settant’anni, dopo tutta una vita, si può tornare a pensare alla vita come una magia?

Arrivarono al convento di Sant’Albicocca. Era ora di pranzo. Mariolino decise di seguirlo, ipotizzando che anche nel convento ci fosse un piccolo cimitero.

Equinozio salì le scale e raggiunse lo studio della Madre Superiora, che lo attendeva con un largo sorriso. Lui, emozionato, si sedette davanti a lei e scoprì ciò che per anni gli era stato nascosto.

Mariolino prese a girovagare per il piccolo cimitero. C’era una suora, giovane, più piccola di lui probabilmente. Una novizia, si dice così. Era bellissima.

Dal colore della pelle, dalla riga delle sopracciglia si capiva che doveva essere bionda come l’oro. Quel nero e quel bianco non la imbruttivano, al contrario, in modo quasi misterico le donavano lucentezza. Con quel nasino all’insù stava curando un piccolo giardino di rose, lì tra le sepolture, con una tale devozione e serenità, da trasmettere un senso di pace assoluta tutto intorno. I suoi occhi profumavano di vitamina e le sue labbra erano rosa, come i teneri fiori che carezzava tra le lunghe morbide dita. Era bellissima.

Stette lì secondi, minuti, ore ad osservarla, ad assaporarne i movimenti semplici e lenti, così puri e chiari da ammantare l’aria come di un vapore gentile e perfetto. Stette lì secondi, minuti ed ore, finché al posto del sole non fu la luna, ed al posto delle sue mai sopite ansie non fu una nuova indefinita sensazione di benessere. Era bellissima.

Poi sentì dei passi alle sue spalle. Era Equinozio, e la suora era già via, scomparsa così come era apparsa.

"Che bella luna", disse sottovoce l’anziano signore.

"Vero.. così limpida.. e piena..", rispose il ragazzo.

"Proprio una bella luna.. Scusami se ti ho fatto aspettare Mario.."

"Le hanno dato l’informazione che aspettava?"

"Si.. si me l’hanno data.."

"Ed è bella?"

"Bella? Non lo so Mario.. non lo so.. ma in fondo penso di si.. ero venuto qui, a settant’anni suonati, in cerca di un figlio.. e poi.. alla fine ho scoperto di chi son figlio io.. alla fine ho capito che ero io il figlio smarrito.."

"Ah si?"

"Si.. e ho scoperto chi era il mio vero padre.. e ho scoperto che questo padre.. alla fin fine.. era colui che mi ha fatto da padre per tutta la vita.. forse in fondo non ho scoperto un bel niente sai?"

"Bhè se ha scoperto che il suo vero padre è chi le ha fatto da padre per davvero. Allora è un bene, no?"

"Si.. Mario.. penso di si.. lui mi ebbe che non aveva nemmeno vent’anni e mia madre non ebbe il coraggio di tenermi perché la sua famiglia, e la famiglia di quello che ho scoperto essere mio padre, erano terrorizzate dallo scandalo. Così fui tenuto qui per pochi mesi, fino a che non venni adottato. Ma mio padre mi fu sempre vicino e non rinunciò mai a starmi accanto. E quando poté riprendermi con sé lo fece. Ogni pomeriggio. E poi ogni giorno. Insegnandomi tutto quello che so.."

"E come si sente ora che lo sa, signor Falsomiele?"

"Come mi sento? Bhè Mario.. non lo so.. un po’ felice e un po’ triste.. un po’ libero e un po’ dispiaciuto.. un po’ così.. come dici tu, amico mio? Semplicemente.. senza troppi giri di parole.. è così.."

"Già.. – sorrideva Mariolino, e un po’ ripensava a quella giovane suora – bhè.. è così.."

Nei loro sguardi si dipinse come una mesta contentezza, una soffusa sintonia. In alto, dalle finestre della stanza della Madre Superiora, si spegneva l’ultima candela.

"Oggi è il 20?"

"Si.. forse si.. perché?"

"E’ l’equinozio di primavera.."

Mario ed Equinozio uscirono lentamente dal convento, riprendendo la loro strada.

Era proprio una bella luna.

Ploff !! Frrrrrrsschhhhhhhhhh !!!


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128 commenti to “Le cronache di Belforte: la fiaba di Equinozio Falsomiele.”

3 10 2008
  sergio (01:08:16) :

Ma come ti vengono certi racconti? così freschi, così originali. Mi sembra di partecipare e di vivere nelle tue storie ed in quei paesaggi.

Comunque ora rispondo ad un tuo commento: straordinario e veramente grande E. Robinson! L’ho amato molto anch’io. Ma sai com’è nata la cosa? da un racconto del bravo “mio capitano” che ha creata una vicenda interpretata da vari bloggers ai quali ha dato il volto di attori del passato. Tra questi c’ero anch’io col nome di Monsieur Bertoux (evidente reminiscenza di Monsieur Verdoux, del bravissimo Chaplin) e con il volto di E.G.Robinson. La cosa mi ha divertito molto anche perchè, senza che Francesco lo sapesse, le mie caratteristiche fisiche sono oggi abbastanza simili a quelle di Robinson. Mi sono quindi allegramente impossessato del personaggio ed eccoci qui! :-) )))

Ciao Toniuzzo, era da parecchio che mi mancavi.

3 10 2008
  fuga (06:58:02) :

.

3 10 2008
  Isy (08:22:27) :

Buongiorno!

grazie di esser passato ada me

ho risposto da Isy ma ti faccio

copia incolla ; ))

cià ciao

Davvero hai letto Freud? E che hai letto di Freud? Dimmi dimmi..

Rosy

si perchè ?? ti sembra cosi strano ??

“Casi clinici”

“La psicoanalisi”

solo questo per ora ma due volte perchè

ti confesso che non è semplice per me..

ma mi piace molto….

3 10 2008
  violacolor (12:11:08) :

equinozio falsomiele ??!?!?!

se smettero di ridere andro oltre il titolo !!! :)

ciao b we

v

3 10 2008
  Fiore (21:59:55) :

Sto battendo le mani clap clap :-) Contenta come una bambina a cui hanno fatto un bel regalo!

SEI TOrnato! nel senso che ti è tornata la voglia di scrivere……..

Una curiosità ma le suore? le metti sempre?

Bello bello bellissimo!

a proposito non ci credeai ma la parolina da dgt è il cognome di un noto Notaio di Cagliari :-) ))

4 10 2008
  Roberto (00:04:53) :

Caro Antonio,

concertoni a parte, ma hai visto come siamo ridotti? Mi8 è stato chiesto un pezzo sulla legge Carfagna ma ancora non l’ho scritto perché sto riflettendo a lungo su come esprimere le mie idee senza ricevere querele!

Un abbraccio e a presto.

4 10 2008
  nonhoblog (10:43:07) :

scusa se approfitto di te….ma sono una donna e tu sai…le donne si approfittano a volte…leggo il tuo animo gentile e ti chiedo un favore.

C’e qualcuno che vorrebbe una parola, nel blog di Marco UDM, e forse tu saresti la persona giusta per quelle parola….sempre se vuoi , naturalmente.

Non sono interessata a questa cosa, ma mi sembrava carino che qualcuno lo facesse.

Grazie.Donnasenzablogmacontantocuore.

4 10 2008
  titania (22:17:42) :

l’ho letto stamattina… davvero bello.. mi piace l’atmosfera… mi hai strappato sorrisi e tenerezza e ci volevano! personaggi e descrizioni davvere serene e vivide. Complimentoni!!!!! :-) ))

5 10 2008
  titania (21:12:27) :

dimenticavo…

adoro le vivin c

ploff…frrrrrrrrrrsschhhhhhhhhhh

magnifico!

6 10 2008
  Anna (12:13:33) :

M’inchino a questo post MERAVIGLIOSO!!

Complimenti!!

7 10 2008
  Giovanna (14:53:51) :

MI CONFESSO!
Mi diverto un mondo ad entrare qui, leggerti e non commentarti…:-) Come facevo quando non avevo un blog :-) Ma… mi scoccia terribilmente…doverti dire sempre che sei… sei…sei… vedi???? Non mi esce…Vabbeh dai, faccio uno strappo stavolta: sei bravo…come sempre :-)

7 10 2008
  Raz (18:06:13) :

Bhè, bellissima Antonio sono estasiato.
EVVIVA IL PALERMO!

7 10 2008
  villi (22:51:45) :

troppo buono!! sei il quarto che mi dice che sono un genio. se continuate andrà a finire che ci credo pure! grazie. un bacio :-*

8 10 2008
  sergio (02:05:46) :

Avevo già letto e commentato il racconto ma c’era un nome che non mi giungeva nuovo: Belforte, Belforte. Cosa mi ricorda questo Belforte. Poi improvvisa un’illuminazione; scartabello tra vecchie e vecchissime carte di famiglia ed ecco l’ho trovato: nel 1713 il comandate delle truppe del Duca Farnese nel castello di Belforte era Giacomo, un mio lontano antenato divenuto successivamente castellano di Compiano. Incuriosito faccio una ricerca su internet e sul sito http://www.valtaro.it/

speciali/belforte/index.htm

trovo belle fotografie ed una suggestiva descrizione di “Belforte il luogo delle pietre abbandonate, dei fantasmi e dei pensieri”

8 10 2008
  Paola (10:04:36) :

sono senza parole…a bocca aperta…:O…così…
è una storia bellllisssimisssiiima!!!!

9 10 2008
  Hell (00:03:34) :

Bellissimo Antonio. Delicato. Tenero. Ricco di sensibilità, atmosfere e sfumature.

Bravo.

9 10 2008
  Layck (09:14:49) :

°

Mi ha colpito questa frase ‘Non si campa mica fino a settant’anni senza sapere stare al mondo e senza saper capire cosa ti vogliono dire quando il caporione di turno ti chiama in tarda serata. ‘

Emblematico!

‘Bhè se ha scoperto che il suo vero padre è chi le ha fatto da padre per davvero. Allora è un bene, no?’ racchiude molto dei tempi moderni.

Grazie.

Lay

°

9 10 2008
  Tali (19:39:44) :

secondo me il nome di questo tizio richiama uno del romanzo di Niccolò Ammaniti “Ti prendo e ti porto via” … cioè Amaro Miele, uno dei migliori amici del protagonista, Graziano Biglia ;)

buona serata Antò e a tutti che passano da qui …

Tali

13 10 2008
  Lian Dyer (19:42:50) :

falsomiele? dopo i formaggi ora anche il miele viene alterato? :-)

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