ATIVETROM (racconto fantasy)

3 03 2008

Anni fa avevo iniziato a scrivere una storia che doveva diventare un romanzo e che poi non diventò nulla. Parlava di due regni in conflitto tra loro. Il regno del popolo di Zerlion e quello del popolo di Matidia.

Ne scrissi le basi. Ne inventai i codici, le legislazioni e le religioni. Ne disegnai le mappe, con valli, foreste, miniere, vulcani e città. Ho ancora pagine e pagine di fogli di carta con appunti e disegni.

Immaginai due interi popoli. E tra di loro una terra oscura, impenetrabile e maledetta. Un confine invalicabile: l’ Ativetrom.  

 

PROLOGO

Nel tempo in cui la luna pallida svelava le sue facce ai viaggiatori della notte, e li nutriva nei dubbi sugli dei e sulle stelle d’argento.

Nel tempo in cui la luna pallida intimoriva i visi degli stolti, e ambigua li piegava nel terrore di immagini fiammeggianti di torri e di strepitare di umani.

Nel tempo il cui il sole rosso di smeraldi si specchiava nei fiumi della terra di Ativeetrom, vi racconteremo di Ron e di Fiodor, e della loro battaglia. Delle loro vite distanti, delle loro uguali ambizioni di trionfo. Di come furono allevati e amati e odiati e temuti e puniti. Di come rinacquero.

Vi narreremo dei visi dei folli, e delle carrozze cupe che attraversano i loro occhi.

Vi narreremo delle labbra color di rose delle giovani donne, come Eliana, e delle loro speranzose attese.

Vi narreremo di due popoli che si apprestano alla guerra, divisi nelle armi, nelle corazze, negli dei, nelle maledizioni.

Vi narreremo degli indovini che osservano gli specchi e vi leggono il destino degli uomini, delle corone, e dei terreni battuti dalla pioggia.

Vi narreremo dei baci e delle carezze, dei minuti che durano anni, degli amori che chiedono ancora tempo per un ultimo sguardo.

Vi narreremo degli esseri selvaggi, che turbano i bambini, e dei loro denti.

Vi narreremo di come vissero nelle tempeste del coraggio, nei tramonti della delusione, nei fiumi della speranza, nei fulgori della passione.

Nel tempo dei lampi di settembre, quando le ossa degli uomini sentono l’arrivo dell’inverno con la sua nebbia, ed ancora ripensano furtivi all’estate di pace volata via.

Di tutto questo narreremo.

 

PRIMO CAPITOLO

La grande guerra durò 7 anni.

Essa vide la feroce battaglia di due civiltà: i popoli di Zerlion, che vivevano nell’area compresa tra le coste occidentali e il Grande Fiume, nascente dai Monti Azzurri; e la gente di Matidia, che viveva nella vasta pianura orientale, soprattutto nelle città del nord, Tolimea e Santa Lugania, sino alle catene montuose dei Bassi Lipidiani ed Alti Lipidiani, ad est.

La triste palude del Lago Nero ed il vulcano Alcadir, a sud, e la grande foresta di Smaliuk, a nord, erano sempre stati naturali confini tra i due popoli.

Ma più forte del timore del vulcano, e degli spiriti dei boschi fu la carestia. Ad essa si aggiunsero i frequenti attacchi dal mare da parte dell’impero, che spinsero le 5 tribù di Zerlion alla disperata ricerca di terre fertili, verso la grande pianura, tra i laghi, verso est.

Ma lì non c’era posto per loro.

Il popolo di Matidia era già presente lì da oltre duecento anni e l’arrivo dalle genti dell’ovest portò grandi timori tra coloro che risiedevano già in quelle aree.

Grandi fortificazioni vennero erette immediatamente tra il lago Bianco e il lago Nero, con legname robusto proveniente dalla foresta di Todulonia.

I popoli di Zerlion sentivano che quella terra apparteneva anche a loro. L’antica promessa del dio Eliades gridava che quella terra, fertile e verde, era a lui sacra, apparteneva al suo popolo, e a questo sarebbe dovuta tornare. Era tempo che Zerlion giungesse all’antico trionfo sperato, e la gloria di Eliades tornasse a splendere su una sola grande terra, che dal mare sino agli Alti Lipidiani sarebbe risuonata del canto vittorioso delle 5 tribù .

L’attacco sferrato dalle genti di Zerlion fu inizialmente devastante.

Da Skarsgaard, da Turvinald, da Zoropek, da tutto l’ovest oltre 30.000 uomini si mossero verso la piana, verso Tolimea e Santa Lugania, le grandi antiche città di Matidia. Armati di asce, di spade male affilate, di martelli, di bastoni, di pietre. Male armati, ma affamati, poveri, in cerca di qualcosa. Una cosa qualunque, che somigliasse ad una vittoria.  

A nulla servirono le difese poste ai laghi. Le guarnigioni reali prontamente giunte da Tolimea non avevano compreso il desiderio, il sogno, il bisogno che spronavano gli zerliani ad andare avanti, a rialzarsi dalle ferite, a lottare anche disarmati, con le mani, con i denti.

In prossimità del lago Nero morirono oltre 5.000 matidiesi. Da allora quella zona fu dichiarata maledetta. E la palude che la circonda fu avvolta dal terrore. Un giorno vi sarebbe sorta Chiterione. E proprio lì, sul finire del secondo anno di guerra, aveva sede l’accampamento di Tergadt, il condottiero che guidava i popoli di Zerlion.  

Un uomo delle montagne, alto, brusco nei modi, ma sottile nell’ingegno. Nato nei monti Uridani, si era trasferito da giovane a Skarsgaard. Un po’ per necessità, un po’ per orgoglio, era vissuto forte e severo, in una nobile povertà, odiando i popoli orientali, e mal sopportando gli appartenenti alle altre 4 tribù di Zerlion. Gente che sognava, sognava, e poi era incapace di lottare realmente per un obiettivo, per una gloria finale. Ma sapeva bene che senza di loro nulla sarebbe stato possibile, poiché la sola tribù di Skarsgaard avrebbe a stento oltrepassato i boschi, senza l’aiuto delle sorelle.

Aspettò. Aspettò che il tempo della rivincita giungesse. Divenuto il primo guerriero della sua tribù costruì legami sempre più forti con i 5 capitribù. E quando si dovette decidere chi fosse in grado di portare i popoli ad est, soltanto un uomo sembrò in grado di tenere l’impegno.

Un uomo che aveva imparato a vivere con poco, e quasi temeva il potere della ricchezza.

E così fu.

L’abbondanza dei campi di Stringali lo inebriò. Quei frutti, quelle immense ricchezze gli diedero sempre più desideri, sempre più voglia di terre.  

Ma il popolo era stanco della guerra.

Gli anziani capitribù lo avvertirono che era giunto il tempo di fermarsi. Avevano terra in abbondanza per poter crescere e prosperare, senza disonorare il popolo di Matidia, che non meritava la totale distruzione.

I matidiesi si erano ormai rinchiusi nel nord-est, nella capitale Tolimea, a Santa Lugania.

Nel sud resisteva solo Obedania. Più volte, nel terzo, nel quarto anno di battaglia Tergadt tentò di impossessarsene. Ma era impossibile. Ogni anno, migliaia di uomini provenienti dai Monti Lipidiani, o dalle città del nord, giungevano ad Obedania per servirla, proteggerla, renderla ciò che poi sarebbe stata nei decenni a venire, "Obedania la vittoriosa".

"Ma cosa proteggono dentro quelle mura?", si chiedeva il capitano Tergadt.

Una risposta certa non c’era.

Alcuni ritenevano che lì vi fosse il campo sacro di Santa Lugania, venerato dai matidiesi; là dove la santa aveva fronteggiato il demone Eliades e lo aveva rinchiuso nella roccia per l’eternità.

Altri dicevano che Obedania proteggesse un grandissimo tesoro, forzieri su forzieri di bracciali e collane ornati dalle pietre preziose delle miniere di Clindia .

Contro il parere dei 5 capitribù, Tergadt decise allora di puntare verso nord, per distruggere Tolimea e col ricatto costringere Obedania ad aprirsi.

Nel quinto anno di battaglia il sogno, l’illusione, la follia di Tergadt, ebbero la triste fine, che tutti ormai presagivano.

Il giovane re Mongiboldo capì il pericolo e impose ai soldati di non abbandonare Obedania. Il popolo di Matidia si strinse intorno al coraggio del suo re e per 2 mesi Tolimea resistette all’assedio finché, provato nello spirito e nel corpo, Tergadt decise di tornare indietro. Allora Mongiboldo attaccò e costrinse gli invasori alla resa.

Questo dice la leggenda.

I fatti, forse, sono ben diversi. Molti hanno sempre sostenuto che Tergadt fu tradito dai capitribù che ormai disapprovavano la sua onnipotenza. Il capotribù di Stam, che sempre aveva osteggiato la guerra (poiché Stam era una città marinara che ben poco aveva da guadagnare dall’invasione dell’est) fece catturare Tergadt e lo diede "in dono" a Mongiboldo. Ed il re fece impiccare Tergadt a Tirrio, nel centro della grande pianura, laddove tutti potevano vederlo. In quel luogo, successivamente, come futuro terrifico ammonimento sarebbe sorta la prigione del regno.

I popoli di Zerlion tornarono ad ovest, ma si estesero ben oltre il grande fiume.

Ed il signore di Stam tornò a casa con 7 carri d’oro.

Da allora, e per 100 lunghi anni, una vasta area, un’area maledetta e sacra, avrebbe diviso i due regni. Un’area che nessuno mai avrebbe dovuto oltrepassare. Un territorio buio ed impenetrabile, chiamato Ativetrom.

 

CAPITOLO SECONDO

La prima pioggia di settembre aveva appena smesso di bagnare le fangose strade dei boschi, che il carro di Ermetès, vecchio imbroglione, arrivò alla collina di campagna, da cui si vedeva il borgo, ancora per poco distante. Il vecchio dai capelli rossastri, ormai ingrigiti, allungò il braccio destro dietro di sé e diede un colpo sulla coperta a grandi quadri rossi e verdi.

"Esci fuori- disse, tossendo, il vecchio- che siamo arrivati".

Nessuna risposta.

"Esci fuori, che ha smesso di piovere".

Nulla.

"Esci fuori disgraziato".

Un piccolo lamento, uno sbadiglio, ed ecco un ciuffo di capelli neri fare breve uscita da un quadratone rosso di lana e subito rientrare sotto, preso dal freddo.

Il vecchio capì l’antifona e passate in rassegna le migliori tattiche usualmente utilizzate per svegliare l’ospite, optò per quella solitamente più di successo.

"Thò…guarda che bello….un campanile!"

Gli occhi di sedici anni di Ron uscirono fulminei dalla coperta, alla ricerca della torre campanaria.

"Dov’è?- chiese ansioso il giovane dai capelli notturni- dove l’ hai visto?"

"Ah, ti sei svegliato finalmente! Siamo quasi arrivati"

"E tu mi hai quasi fregato come al solito…uff"

"Forza siediti accanto a me, vedrai che un campanile lo vedremo di certo in città"

"Lo spero, maledizione, sono giorni che camminiamo senza mai fermarci. Sole, pioggia, stavolta non ti ferma niente, eh?"

"No, stavolta no"

"Come mai? Cosa speri di trovare?"

"Forse non troverò nulla, ma sento di dover fare presto"

Ron si sedette accanto al vecchio Ermetès, e si allungò ad accarezzare il cavallo marrone chiaro che stancamente procedeva verso la piccola città.

"La povera Giaza, invece sente solo una stanchezza che la distrugge….non l’ hai fatta riposare neppure un’ora…scusalo piccola…questo vecchiaccio ti tratta sempre peggio…ma non ti preoccupare una sera lo faccio ubriacare e scappiamo insieme."

"Vuoi scappare con una cavalla?"

"E con cosa dovrei scappare?"

"Ancora sei giovane, ma un giorno ti chiederai non più con cosa, ma con chi, scappare"

"Con chi?"

"Lo capirai da te- sentenziò Ermetès- quando sarà il momento, per ora è inutile che ti ci affliggi"

"Infatti non mi affliggo neanche un po’!- disse il giovane Ron stiracchiandosi, e grattandosi i capelli arruffati".

Ermetès e Ron erano in viaggio da ormai 5 giorni, ma in verità erano in viaggio da una vita intera. In lungo ed in largo avevano coperto tutte le città del Regno di Rostock II, loro signore. Il vecchio Ermetès era un mercante di armi, armi speciali, che costruiva in una notte  e poi vendeva in giro per i villaggi del paese per il resto del mese. Ron si era sempre domandato come facesse a costruirle, perché di certo quel tizio non era un mago, né un artigiano di grandi qualità. Era un mercante, forse un po’ burbero, ma nulla più. Chiedere al vecchio Ermetès come si procurasse le armi era come chiedere ad una regina di donare la sua pietra più splendente ai poveri. In quelle poche, rarissime, inesistenti, volte in cui, in passato, Ron si era avanzato a chiedere, come si procurasse quelle armi, il vecchio aveva risposto, con un semplice " come tutti i mercanti si procurano i loro prodotti per venderli". Forse solo un paio di volte Ron aveva indagato oltre, chiedendo:

" e quindi…che vuoi dire, come fai?"

"Non sei figlio di mercante tu? Come faceva tuo padre?"

"Non mi ricordo di mio padre, è morto che ero piccolo, lo sai"

" Ah, già…lo rammento"

In tutte quelle occasioni, poi si generava in Ron una tale malinconia, che lo faceva desistere dal domandare oltre e gli imponeva di cambiar discorso.

E poi, a dirla tutta, a Ron non interessava granché di come il vecchio, alto e magro come un bastone di scopa, si trovasse quella ferraglia. Una sera al mese, i due sostavano  in una locanda di Livenor, dove mangiavano insieme. Poi, passate le nove Ermetès salutava il giovane e regalandogli qualche spicciolo gli ricordava di comportarsi bene, di andare a dormire, che il mattino seguente, al suo risveglio, lo avrebbe trovato in camera a dargli del latte. E così puntualmente accadeva. Ron si svegliava e vedeva Ermetes aggirarsi per la stanza, con le spade già conservate nel carro, per la strada, pronto a partire, per stare in giro per il resto del mese.

Questo comportamento inizialmente aveva incuriosito non poco il ragazzo, ma ormai ci aveva fatto il callo. Talvolta, per non dire sempre, il piccolo si diceva tra sé "Stanotte mi nascondo e lo seguo, voglio proprio vedere dove prende le armi", ma poi, puntualmente restava nella locanda, perché affascinato dalla variopinta umanità che frequentava il locale.

Magari fuori pioveva ed egli preferiva restare al caldo del camino.

Magari intravedeva quattro signori intenti a giocar a carte e cercava di intuire chi di loro barasse ed in che modo.

Magari si fermava a sentire i discorsi sconnessi degli ubriachi, puzzoni e paonazzi, sugli dei, e su quanto stanno bene lassù fregandosene della gente di giù. 

Magari restava a fissare le statue oscure di legno, attaccate alle mura, con gli occhi spiritati e la lingua che esce di fuori come in una smorfia, domandandosi che senso potesse mai avere il farle così spaventevoli, se servissero a proteggere, o ad impaurire, o entrambe le cose.

Magari la locandiera, la grassa signora Lonza, iniziava a parlargli e lui non si divincolava più.

Magari, forse, non voleva scoprire ciò che in cuor suo forse temeva, e cioè che quel vecchio fosse uno stregone, o fosse un demone, o fosse amico dei demoni, o fosse un ladro.

"Un ladro….un ladro?- si domandava Ron- ma che sciocchezza…un ladro Ermetès…ma se è un vecchio pieno di dolori, non saprebbe salire sul più basso degli alberi della contea, figuriamoci rubare spade…ma no! Demone o stregone, poi….figurarsi…è assurdo…o forse no?"

Alla fine preferiva restare nel dubbio, come spesso succede agli umani, e godersi lo spettacolo dei bari, degli ubriachi, dei matti della locanda, e poi il latte puntuale del mattino.

E le spade già pronte.

Quello era un altro mistero. Ron si stupiva sempre di come, in giro per i paesi, ci fosse sempre gente pronta a spendere denari per quei ferri, che lui non avrebbe mai chiamato armi e di certo non spade. Una sola spada, diceva di aver visto, molti anni addietro, lunga non meno di tre metri, in mano ad un gigante dall’armatura rossa e splendente d’oro. Era la spada che in un colpo gli aveva mutato l’esistenza, tranciando d’un colpo la testa di suo padre. Ecco, nessun ricordo aveva del padre, dei suoi commerci. Ricordava solo la spada che lo aveva ucciso, enorme e splendente.

Per il resto, erano solo dicerie, racconti della zia, che descrivevano un uomo più ubriaco che sveglio, amante delle brighe, delle sottane e dei "bagni al fiume" ( in quanto più volte gli altri ospiti dell’osteria si seccavano delle sue lamentele da vino e lo gettavano nel torrente per farlo rinsavire, e così tornava a casa fradicio, sin da giovane). Racconti che alla lunga avevano stufato Ron tanto da fargli pensar bene di scappare dalla casa della zia, "…e il resto si vedrà!".

Tutte erano dicerie, racconti che potevano esser falsi. Ma alla spada lampeggiante, che aveva ucciso quel padre, in questo Ron credeva fermamente. Questo lo ricordava in persona. Su questo non si sbagliava, ed era pronto a sostenerlo con tutta la forza dei suoi sedici anni, come aveva fatto quando ne aveva anche solo cinque e poi dieci.

La zia, naturalmente contestava:

"Tuo padre ucciso da un cavaliere? Forse da un cavaliere più ubriaco di lui…ma anche in quel caso sarebbe impossibile, nessuno è mai stato più ubriaco di tuo padre in questa terra..e neppure nelle altre!"

Quella si che era una spada! Non era un sogno, un’illusione di quelle che nutrono i ragazzi che odiano i genitori, e in fondo però li amano, e così forse in modo estremo li glorificano. Quella spada era esistita per davvero. Magari non era un cavaliere, va bene. Magari era stato anche solo un contadino, ma quella spada gigante c’era stata per davvero.

A pensare a tutto ciò, si chiedeva come della gentaglia senza braccia, né nulla per combattere, potesse comprare quella ferraglia inutile che Ermetès vendeva un po’ ovunque, ed anche a buon prezzo. Forse quella si che era una prova dell’essenza magica di Ermetès. O forse no, era solo un abile mercante, che sapeva ben spacciare dei ferri vecchi per armi in buono stato, truccando gli abitanti dei villaggi.

Il carro con Ermetès e Ron arrivò in paese, che erano circa le tre del pomeriggio. Il mercante ringraziò la forza delle vecchie gambe di Giaza, ancora forti, che anche questa volta erano riuscite a portare a destinazione il prezioso carico.

"Turvinald", recitava una scritta in legno, posta all’entrata del paese, "Turvinald, quinta città del regno di Rostock II".

"Quante città ha il regno?"

"36- rispose l’anziano conducente, guardandosi intorno- 10 prima del Lungo Fiume, le altre fuori dal terreno antico"

"E tu hai intenzione di girarle tutte entro l’anno?"

"Direi di si, perché….hai altri progetti?"

"Ma come facciamo a girarle tutte, se una volta al mese dobbiamo sempre tornare a Livenor?"

"Ci riusciremo, intanto preoccupiamoci di vendere le spade a Turvinald. E tu vedi di non cacciarti nei guai, come nelle ultime volte! Ho impressione che quella locanda di Livenor non faccia più al caso tuo, cominci ad imparare cose che non mi piacciono"

In effetti Ron, a forza di guardar bari, ed ubriachi, e soldati di passaggio, iniziava ad apprendere in fretta i gesti e le movenze di quel mondo affascinante, di sotterfugi ed intrighi. E dove gli intrighi non erano per nulla presenti, li aggiungeva la sua immaginazione. E così una sera di un paio di mesi prima, nella solita locanda, aveva avvistato un frate grassoccio, da solo al bancone. Nel vederlo bere vino, nel vederlo tenere sempre stretta una sacca, che sicuramente doveva nascondere denari, nel vederlo così strano, si era messo a fantasticare.

"Un frate- si diceva tra sé- un frate da queste parti, tra noi che non siamo cristiani, che ci viene a fare…è strano davvero…guarda come beve….come rutta di gusto….mangia forte il frate…che sia un impostore? Che sia un ladro che ha ucciso il frate e gli ha rubato i denari? Ma un ladro starebbe così tranquillo con i denari in vista? Un ladro come si deve…ha sempre un posto segreto dove riporre subito il bottino…mica è così scemo da stare ancora con la roba…..già..e allora è un frate per davvero…qui tra noi…e aspetta….e che aspetta?…aspetta aspetta ti rubano il bottino, frate mio!….com’è che non ti spaventi?….mmmm…si vede che ti senti protetto…che ti senti sicuro…ti senti sicuro da quel vostro dio, forse….è così?….forse no…forse caro mio ho impressione che tu sei qui a combinare danni…che sei qui perché ti sei scocciato della tua gente e  cerchi altro…vero?..forse che cerchi nuovi accordi?..che strano..nessuno ti osserva..eppure la gente dell’altro regno qui non passa inosservata…non dovrebbe neppure starci..com’è che tu ci stai?…come se nessuno ti vedesse…come invisibile…ma che strano..forse sei sotto una magia..ma io però ti vedo, e di certo non sono un mago io..forse forse stai per sviluppare i poteri ed io ancora sono tra i pochi che ti possono vedere, perché sono piccolo, mentre gli altri qui son tutti grandi…già forse è così…stai lì a mangiare e bere…e stai bello tranquillo…ti guardi le statue…non ti fanno paura quelle statue di demoni?..e com’è che non ti fanno paura?..anzi quasi quasi mi pare che ridi..sei davvero strano fraticello grassone!"

Per farla breve, dopo questo lungo ruminare, Ron s’era convinto a capire che tipo di demone o mago fosse mai quel frate, e seguitolo in camera l’aveva spiato da un buco della porta di legno.

Ed aveva intravisto che il fratacchione ben presto era crollato in un sonno profondo, pieno di vino fin sui capelli, dimenticandosi finanche di chiudere bene la porta.

Cosa pensate potesse mai fare Ron, nella curiosità di un sedicenne, lasciato solo in una locanda, da un mercante che, chissà, pure lui cosa stava combinando in quello stesso momento? Naturalmente entrò e vista la sacca, la aprì e sbirciò dentro.

Come previsto, c’erano delle monete. Monete strane, però, mai vedute prima.

"Ne prendo una, me la guardo tranquillamente in camera mia- si disse- e poi gliela rimetto a posto, tanto questo fino a domani non si sveglia"

Ron s’era messo in camera sua a guardarla, alla luce della candela.

Era una moneta un po’ più grossa del solito, ma non più pesante. Era rossastra. In una faccia , c’era impresso un grosso 1. Nell’altra faccia era raffigurato il viso di caprone, con lunghe corna, e i denti che uscivano di fuori.

"Quanto è arrabbiato sto caprone!", pensò Ron facendo una smorfia.

Poi sbadigliò. Sbadigliò di nuovo. E si addormentò.

Il mattino seguente Ermetès lo svegliò come sempre e Ron non si accorse di avere la moneta in tasca. Se ne accorse solo quando erano in viaggio da almeno un paio d’ore e dirlo servì solo a fare andare su tutte le furie il mercante, che truffava chiunque tutti i giorni dell’anno, ma non voleva assolutamente che Ron rubasse. Oltretutto non voleva che si compiessero atti che, in qualche modo, potessero mettere in litigio i loro dei, con il dio di quei cristiani.

"E’ meglio evitare di rubare cose che quella gente crede sacre..i nostri dei non vorrebbero !"

"Ma è un soldo..quelli non dicono che sono sacre altre cose..tipo le croci?"

"Ma tu che ne sai.. sei cristiano tu?"

"Non lo so che cosa sono…"

"In che regno vivi?"

"Che domande…in questo regno vivo..e dove sennò?"

"E allora se vivi nel regno di Rostock II, credi negli dei in cui credo pure io e devi evitare di farli lottare con gli altri, se gli altri ci sono, s’intende!"

"Non ci sono?", chiese confuso il ragazzo.

"Tu credi in quelli nostri e basta, del resto non t’impicciare! E soprattutto non rubare!"

I due adesso erano nel centro di Turvinald e si guardavano intorno.

E si stupivano.

La città era completamente vuota.


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37 commenti to “ATIVETROM (racconto fantasy)”

4 03 2008
  Whollock - The man machine (00:02:04) :

Non ti spiace se me lo leggo con calma, non è vero?

4 03 2008
  violacolor (10:30:20) :

accc

mi incuriosisce qsta storiaaa

perke lasciare nel cassetto ?

.. non hai mai pubblicato ?

.)

v

4 03 2008
  sillaba (14:38:41) :

Ciao Antonio , non mi stupisce vederti scrittore di storie fantasy…purtroppo ho poco tempo per leggerla , ma mi son salvata la pagina così che questa sera potrò tranquillamente gustarmi un pò di fantasia prima di andare a nanna!

Ti mando un caro saluto di buonagiornata!

;)

4 03 2008
  infondoaimieiocchi (18:19:01) :

Ciao Antonio,

passero il tuo link ad un amico mio appassionato di fantasy…credo apprezzerà non poco!

Prorio n questo stant sta tuonando…mi piacciono temporali e ne viamo tropo pochi…

ciao

4 03 2008
  Raz (19:20:00) :

Corbezzoli! Roba da far impallidire anche Tolkien.

4 03 2008
  elle (20:02:27) :

mi prenderò il giusto tempo per leggerti accuratamente! un abbraccio

4 03 2008
  violacolor (20:15:23) :

tutta fantasia o ci sono anke ricordi personali ?

bello…

ciao

v

4 03 2008
  esidra (21:14:58) :

Io propongo di farne un film, che ne dici?

Un abbraccio

4 03 2008
  Tali (21:50:12) :

ok, a me ‘ste storie di fantasia non mi vanno molto ma l’ho letto con piacere… ho letto solo Il hobbit e La storia infinita, ma sono casi a parte ;)

poi ti dico che sapevo sin dall’inizio che il titolo nascondeva qualcosa… e sì!

ragazzi, è MORTEVITA alla rovescia!

:P

a presto!

Tali

p.s. per quanto riguarda il mio post dovresti fare il bagno più spesso, sei fortunato di vivere in una città di mare! io purtroppo devo prendere l’autostrada, sono ben 120 km a nord!

p.s.2. bacioneeeee

5 03 2008
  sergio (11:34:50) :

E quindi avevi già preparato uno schema, sullo stile di Tolkien che aveva addirittura inventato una lingua ed i suoi simboli. Trovo anche qualche assonanza con Terry Brooks ed il ciclo di Shannara. Però dici di non averlo finito e quindi i misteri resteranno tali. Non sapremo quale segreto cela Obedania, quale mistero nascondono la spada e la moneta, e perchè Turvinald è deserta.

Bella fregatura! :-(

la parola antispam è “storia”. Il solito spionaggio di Tiscali?

6 03 2008
  infondoaimieiocchi (18:31:06) :

Ciao Antonio…ormai sono in ritardo ma la prossima tornata elettorale presento una lista tutta mia…Buona serata, A. :-) ))

6 03 2008
  mat (18:35:46) :

antonio, ricambiavo la visita e approfittavo per lasciarti un commento…

possibilmente a tema con il post…

poi ho visto la lunghezza e ho deciso che sarà per la prossima volta…

però ti lascio un saluto.. ;)

30 09 2011
  Latrice (05:36:27) :

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