Eros in 5 racconti. Il secondo.

13 09 2007

Dopo "Amore astratto"  ecco il secondo racconto, quello di Settembre. Grazie per i tanti complimenti che mi avete fatto. Spero anche questo sia di vostro gradimento. Come sempre avverto che è sconsigliato ai bambini.

 

Il sapore di lei (gusto)

 

Piazza della Signoria, in Firenze, è una delle piazze più belle d’Italia e certamente una delle più famose in tutto il mondo. A chiedere ad un americano o ad un giapponese perché sia tanto famosa questa piazza, la risposta più frequente è "Non è la piazza del David di Michelangelo?".

In effetti è così, tranne per il fatto che il "David" presente nella piazza è una copia, mentre l’originale è gelosamente custodito dentro il "Museo dell’Accademia", nella famosa "Tribuna del David". In verità, però, la piazza fiorentina ospita molte altre splendide opere d’arte: il "Ratto delle Sabine" del Giambologna, la statua di Nettuno, la lotta di Ercole contro Caco.

E il Perseo. La bronzea statua di Benvenuto Cellini.

Anch’essa famosa in tutto il mondo, pur tuttavia destinata per sempre ad un ruolo di seconda fila rispetto al "David".

Il pregiatissimo storico dell’arte Ferdinando Stoppani aveva passato buona parte della sua esistenza ad analizzare la bellezza del Perseo. Laureatosi a Firenze, o meglio, doppiamente laureatosi in Firenze con doppio 110 e lode in lettere antiche e storia dell’arte, aveva svolto un dottorato di ricerca bidipartimentale su "Premesse teoriche e di teoria della tecnica sul restauro necessario del Perseo di Benvenuto Cellini". La parola "necessario" era suonata un po’ strana sia alla commissione esaminatrice universitaria, sia al ministero dei beni culturali. Tuttavia il dott. Stoppani aveva visto giusto e le sue teorie erano state applicate pochi anni dopo, quando si era svolto il restauro del Perseo. Restauro svolto sulla base delle sue diagnosi e delle sue ipotesi d’intervento. Ciò gli aveva donato un buon successo personale, conclamatosi negli anni in cattedra universitaria e tante belle relazioni in tanti bei convegni. Un po’ di soddisfazione dopo quella fila ininterrotta di panini di gomma con quel formaggio stantio e quel prosciutto dell’altroieri, mangiati per anni alla mensa universitaria. Un po’ di soddisfazione dopo quel fumo aspirato per anni tra una fermata e l’altra del bus. Dopo tutti quei caffè a Piazza della Signoria, che costavano un patrimonio, ma a cui non sapeva rinunciare. "E del resto- si diceva tra sé e sé – i ricercatori biologi usano il microscopio per guardare le cellule. Io devo studiare il Perseo.. per farlo mi basta di stare al bar. Il mio laboratorio è la piazza". Già, il suo laboratorio era la piazza. E con questa convinzione semplice e forte aveva percorso tutta la strada che dove percorrere.

Poi era giunto finalmente alla sua fermata. E scendendo era stato accolto finalmente dalla banda musicale. Una fanfara che naturalmente sentiva solo lui, ma che gli parlava della sua nuova indiscutibile gloria: quando erano stati avviati degli importanti scavi archeologici vicino la sua città natia nel sud-italia lui era stato uno dei candidati più forti alla direzione. Un nuovo sorgente polo museale, che grazie anche al contributo di un’architettura innovativa e di una forte attenzione per l’impatto ambientale, si era proposto negli anni come uno dei maggiori centri culturali del mediterraneo.

Il successo, insomma. Senza mai dimenticare il Perseo, che restava la sua maggior fonte di ispirazione.

Amava quella statua. Amava il suo sguardo. Amava ciò che quella statua sapeva trasmettere ad un osservatore attento. I turisti spesso passavano veloci da lì, per andare sotto il "David". Alcuni però riuscivano a sostare là, sotto la testa della Medusa, per una decina di minuti. Guardavano le serpi dei capelli, guardavano il sangue colare dal collo mostruoso, e la flessuosa mano, come di donna gentile, che dolente cade come cascata a seguire il basamento. Rimiravano la tensione del braccio dell’eroe e la seguivano sino al suo sguardo. E nel silenzio di quel contemplare, comprendevano ciò che sempre aveva capito Ferdinando. Che il Perseo è una statua quantomai moderna, capace di descrivere, molto più di tanti discorsi complicati, la stessa società di oggi.

Lo sguardo del Perseo di Cellini è lo sguardo della stanchezza susseguente al coraggio. Della ineluttabilità degli eventi. Quella gigantesca spada che si trova tra le mani è il prezzo di violenza da pagare per una società in continua ricerca di mostri. Perseo non ha lo sguardo della gioia e del trionfo. Ha il viso di chi ha fatto ciò che doveva fare. Ma nel portarlo a compimento è consapevole che ciò non servirà a salvare il mondo. E’ consapevole che ciò che lui prova a costruire, nasce comunque da una distruzione. E infatti Perseo in greco significa "distruttore". Poi dal sangue della mostruosa creatura nascerà lo splendido cavallo alato Pegaso. Ma il suo nome, il nome dell’eroe, è comunque "distruttore". E Perseo lo sa.

Perseo recita la sua parte e lo fa in silenzio. Spetta al David di fare l’eroe in piazza. Spetta al Nettuno. Perseo dà solo un ammonimento. Alza in alto la testa mostruosa della Medusa, solo per dire "era questo che volevate? Ecco, prendete. L’ho fatto per voi. Ma questo non cancella le nostre colpe". La consapevolezza che in un mondo di mostri siamo comunque tutti sconfitti. Che non è abbattendo i mostri che si genera la serenità. Perché nuovi ne nasceranno, se non si va alle radici.

Uno sguardo fiero e al contempo disilluso. Che nel trionfo si suda comunque sangue. Nella vittoria si diventa pur sempre assassini.

In qualche modo Ferdinando pensava che tutto ciò descrivesse in modo unico e preciso le tante guerre quotidiane in giro per il mondo. Il conflitto sempre più forte tra oriente ed occidente. Gli attentati. Le stragi. La distruzione dell’ambiente.

E in qualche modo gli era davvero sembrata una macchinazione divina quella scoperta incredibile che era stata fatta dalle parti di Fiesole, tre anni prima. In una zona di campagna, abbastanza sperduta, era stato rintracciato un manoscritto appartenente a Benvenuto Cellini. Prima che la notizia venisse divulgata era stato chiesto un suo esame. Attraverso un’analisi durata diversi mesi, si era giunti alla conclusione che tale manoscritto era un insieme di lettere, facenti parte di un carteggio che Cellini aveva avuto con un mercante greco. Alcune dovevano essere delle copie di lettere del Cellini, altre dovevano essere le reciproche originali lettere spedite dal greco. Dall’epistolario si evinceva che i due si conoscevano da anni. E negli anni avevano fatto affari.

C’era una statua di cui l’artista voleva entrare assolutamente in possesso. Una statua alta circa un metro e mezzo, in bronzo, risalente al periodo attico. Il mercante l’aveva ottenuta dopo averla vista in un palazzo del medio-oriente, nel corso di un viaggio. Era giunta lì come trofeo di battaglia. Ma il palazzo era stato poi distrutto e nel corso dei saccheggi, la statua era entrata sul mercato, ed il greco stava per entrarne in possesso. In una delle lettere, spedite dal mercante, era disegnata la statua. Purtroppo la pagina con la figurazione era andata evidentemente perduta, poiché nessun disegno era stato rinvenuto dagli studiosi. Doveva comunque essere un’opera d’arte eccellente, perché Cellini ne era rimasto folgorato e aveva iniziato subito una contrattazione per ottenerla. Una statua che probabilmente il mercante avrebbe dovuto far arrivare ad Atene dall’Asia Minore, per poi mandarla in nave fino a Pisa.

Ma la statua non era mai arrivata. Il motivo non era ben chiaro. Il mercante, in un’ultima lettera sembrava scusarsi del mancato recapito e faceva intendere allo scultore italiano che con quella mancata compravendita ci avevano perso entrambi. Tra le righe si faceva riferimento ad una fantomatica battaglia avvenuta con una nave da guerra ottomana, che aveva costretto il vascello a deviare dalla rotta che congiunge il Mar Egeo con il Canale di Sicilia, per cercare riparo altrove, verso Alessandria d’Egitto. E lì, in quelle acque, che per secoli avevano visto fiammeggiare una delle sette meraviglie del mondo, lì si era inspiegabilmente inabissato. Col suo carico prezioso.

Ad un tale mistero se ne aggiungeva poi un altro, ad esso collegato.

"Gran maraviglia de lo Destino! Ciò che maledetto Fato appare oscuro dispiegare sul capo nostro, invero avrà a donarmi sempiterna gloria!". Con queste sibilline parole si concludeva il diario personale del Cellini.

Perché?

Perché la pagina del disegno era scomparsa? Perché la nave era affondata? Perché quelle sue ultime parole, pervase da una felicità davvero incomprensibile, visto la disdetta cui era andato incontro il suo affare ? Perché la necessità di interrare quel carteggio sotto più di venti metri di terra, nella campagna isolata? Perché?

A questo punto era iniziata una specie di vorticosa caccia al tesoro internazionale. Avente per protagonisti il governo italiano, il governo egiziano e quello greco.

Alla fine il vascello greco, come per miracolo, era stato ritrovato, in acque territoriali egiziane. Il governo italiano ci aveva messo su un bel po’ di quattrini, che invece il governo greco non aveva (essendo già al verde per via delle olimpiadi), e ne aveva tratto dei bei benefici. La nave (che per tirarla fuori dal mare c’erano voluti la bellezza di 4 mesi) alla fine era andata in un museo del Cairo. Con essa monili, vasellame e chincaglierie varie. All’Italia erano andati pochi pezzi, ma di prestigio. Tra di essi, la statua così tanto voluta a suo tempo da Cellini, ed ora con pari ardore da Ferdinando.

Ed il mistero era stato disvelato.

Quella statua rappresentava il Perseo. E diceva al mondo che Cellini non si era inventato nulla, ma aveva copiato una preesistente statua greca. Statua che, naturalmente, il dottor Stoppani avrebbe esposto nella sala grande del suo museo. E’ proprio vero che gli uomini amano solo una cosa più della creazione di un mito: la sua caduta. E così Stoppani, che per una vita aveva "studiato e ricercato" al fine di contribuire alla grandezza di Cellini, ora si trovava ad essere proprio colui che ne confutava il gran valore.

Per alcuni una tale nobile impresa potrebbe essere solo la manifestazione di un’ossessione e null’altro. Per Ferdinando era l’esemplare chiusura di un cerchio, che in modo mirabile ricomponeva la sua passione per il mediterraneo e la porta d’oriente, con lo studio pluridecennale sul Perseo, nel quale tanto si era speso.

A distanza di due anni dal ritrovamento dell’epistolario fu fissata la grande presentazione ufficiale sui ritrovamenti dei reperti, al Cairo. Ferdinando era uno dei relatori. Il principale.

Durante il volo Roma-Cairo aveva letto la raccolta dell’ultima storia pubblicata di Corto Maltese. L’ultima, prima che Hugo Pratt morisse, "Mù, la città perduta". L’ultima grande avventura della cosiddetta "suite caribeana", edita in Italia tra il 1988 ed il 1991.

Le prime tavole avevano per protagonista Corto Maltese nelle vesti di onirico palombaro, che ascolta il dialogo tra alcuni pesci, intenti a discettare della guerra dimenticata tra il regno di Atlantide e la città di Atene. La guerra sacra.

Una splendida maga caraibica di nome "Bocca Dorata" accompagnava Corto Maltese nel suo ultimo viaggio verso i misteri di Atlantide, attraverso enigmatici "labirinti armonici" che ridefinivano il senso dell’umana esistenza sino ad una sorprendente verità sulle indecifrabili statue dell’Isola di Pasqua.

Ferdinando si addormentò dolcemente in volo, rispecchiando le sue mille curiosità negli ultimi sfuggenti sapori di "Bocca Dorata". Nel sogno vestiva il cappello marinaro di Corto e in compagnia di un mercante greco camminava nel deserto. Arrivava alle piramidi. Entrava in una di esse, per ritrovarsi nel suo studio al museo. Lì cercava tra i mille documenti degli scaffali il suo discorso d’apertura, ma non lo trovava. E d’un tratto il mercante spariva, con in borsa il Perseo, e la sua relazione. Lo aveva ingannato.

Questo, il viaggio d’andata.

Tre giorni dopo era già in volo per tornare a Roma.

Aereo militare. Disteso su di un lettino. Dormiente da dieci ore abbondanti. Due flebo attaccate alle due braccia. Sondino al naso. Collare ortopedico al collo.

Senza le gambe.

Tra i due voli si erano susseguiti i seguenti eventi come in istantanee polaroid: era atterrato al Cairo; era andato in albergo; era andato al palazzo dei convegni per un sopralluogo; aveva visto la piccola statua del perseo attico, credendo di sognare; aveva ripensato a tutti i suoi pomeriggi universitari sui libri; era andato a cena con altri membri dello staff organizzazione, degustando un’ottima insalata tipica; era andato a dormire; si era svegliato; si era lavato; era andato a far colazione, mangiando un cornetto alla crema ed un caffè da dimenticare, dividendo il tavolo con un altro membro dell’organizzazione, la professoressa spagnola Matilde Serrano; aveva diviso un taxi con la professoressa Serrano, chiacchierando amabilmente fino al palazzo dei congressi; aveva visto la sala riempirsi; aveva sentito il cuore battere forte; aveva ripassato ciò che doveva dire; aveva visto le luci spegnersi e riaccendersi per illuminare il gran cerimoniere, il rettore dell’Università del Cairo; aveva ascoltato il sindaco portare i saluti del presidente Mubarak; aveva visto l’ultimo gruppo di ritardatari sedersi in ultima fila; aveva gustato un po’ dello zucchero a velo che gli era rimasto nei bordi delle labbra, dopo che la professoressa Serrano divertita gli aveva fatto notare con un piccolo gesto di essere ancora un tantino sporco; aveva ascoltato il ministro dei beni culturali egiziano parlare; aveva sentito il rettore pronunciare il suo nome; si era alzato per andare sul podio, dando un’occhiata d’intesa all’addetto al computer per la messa in onda del powerpoint; si era schiarito la voce; aveva iniziato a parlare; aveva sentito le pulsazioni accelerarsi, ma poi lentamente rasserenarsi, con una voce sempre meno esitante ed un inglese sempre più scorrevole; aveva visto uno dei ritardatari alzarsi per andare in bagno sul lato destro del salone; aveva visto la professoressa Serrano che dalla prima fila lo guardava con occhi splendidi; aveva pensato che era una donna di cui potersi innamorare; aveva pensato che non era il momento per pensare all’amore, ma per concentrarsi sul discorso che stava facendo; aveva controllato che il ritmo del powerpoint seguisse adeguatamente il fluire della sua relazione; aveva visto un flash gigantesco in sala; aveva sentito un boato assordante provenire dal bagno; aveva chiuso gli occhi mentre un’onda d’urto potente lo sbalzava a circa dieci metri di distanza; aveva sentito la fronte sbattere sul pavimento; aveva sentito urla ormai lontane; aveva sentito una pioggia di mattoni abbattersi sulle sue gambe e poi su tutto il suo corpo; aveva sentito un qualcosa di simile alla sua voce, urlare impazzita dal dolore feroce; aveva visto il mondo sempre più lontano dietro un’immensa cortina di polvere che gli bruciava ormai dentro la gola; aveva visto e sentito il buio ed il nulla; aveva dormito per un tempo indefinito ed eterno sotto strati di cemento e mattoni; aveva riaperto gli occhi su un muro bianco; aveva capito di essere disteso su di un letto, in una corsia d’ospedale; una persona accanto a lui gli aveva detto di essere l’ambasciatore italiano; una televisione accanto a lui aveva gracchiato in inglese di un attentato del giorno prima al palazzo dei convegni in cui erano morte 35 persone; si era riaddormentato.

Ora, da quel volo di ritorno, erano passati più o meno 7 mesi.

Nel mentre che le polizie di mezzo mondo cercavano di catturare i capi dell’organizzazione terroristica che era riuscita a far penetrare un kamikaze dentro il palazzo dei convegni del Cairo, Ferdinando Stoppani aveva provato a tornare alla vita. O meglio, una serie di persone, di tutti i tipi e di tutti i generi, si erano industriate a fargli credere che fosse giusto farlo. Chi con parole dolci, chi con parole forti. Chi col miele più denso, chi con lo sciroppo più amaro.

Ed in questa lenta, progressiva, forzata rinascita, era tornato indietro al suo passato, alla sua infanzia. Al sapore dell’infanzia. Tutte le infanzie hanno un sapore, la gente magari non ci pensa spesso, se ne dimentica, ma è così. Ci sono avvocati che son cresciuti col gusto dell’uovo sodo, ci son metalmeccanici che son cresciuti col pepe del salame, ci son momenti del nostro passato sepolto che si cristallizzano nel tempo e restano lì, precisi, intatti, con i loro gusti, con i loro profumi, con le loro emozioni, fino a che non vengono ridestati. Il dottor Stoppani, tornando alla vita, si ricordò che il gusto della sua infanzia era quello del gelato al limone. Il gelato al limone che aveva mangiato in quantità elevate quando a 4 anni era stato operato di tonsille ed adenoidi. Il limone ed il freddo aiutano a cicatrizzare i tessuti della gola e durante quei 3 giorni di ospedale e per molti giorni dopo, a casa, non aveva fatto altro che mangiare gelato al limone. E così, la sua nuova guerra col destino era stata all’insegna del gelato, che aveva ripreso a mangiare in abbondanza.

Stramberie della vita, stramberie della battaglia con la vita.

Certo, era stata una dura battaglia, durissima. Intervistato dai giornali di mezzo mondo e perennemente definito "lo storico sopravvissuto". Diceva a se stesso che aveva ancora tanto da fare, tanto da gustare, tanto da assaporare in questa vita e non aveva voglia di arrendersi. Se il destino, o l’intolleranza religiosa, o la bestialità umana, comunque la si voglia chiamare, lo aveva privato delle gambe, di certo non lo aveva privato della sua mente, della sua creatività. Nel corso dei mesi di riabilitazione aveva preso a vivere nel museo. Si era fatto piazzare un letto nello studio al piano terra, e girava con la sua carrozzina avanti e indietro, senza sosta, guardando il ritmo dei lavori di completamento delle ultime gallerie. Incazzato, iracondo e vivo. Nella parete, dietro il tavolo, nessun simbolo religioso, nessuno dio da ringraziare, nemmeno per sbaglio, bensì una teca con una stampa riproducente una frase di Shopenhauer "Sebbene sia il destino a mischiare le carte, siamo noi a giocare la partita".

La fottuta partita giornaliera, a far la conta di ciò che ancora aveva e ciò che non poteva più tornare. Ogni giorno era capodanno, ogni giorno il primo giorno di mare, ogni giorno il primo giorno di scuola. Ogni giorno una conta dei bagagli e una nuova partenza. Ogni giorno era un gelato al limone per cicatrizzare presto e ricominciare a parlare.

Spesso, anzi sempre, si fermava nella grande sala ovale, ai cui lati sostavano undici splendide statue della Magna Grecia. La dodicesima statua, la più pregiata, quella che avrebbe dovuto aprire e chiudere la visione della magnifica sala mancava. E sarebbe mancata per sempre. Nel basamento predisposto era ancora scritto "Perseo- Periodo Attico". La statua era andata distrutta nel corso dell’attentato. Sbriciolata. Neppure con tutto l’ Attack del mondo la si sarebbe potuta ricostruire. L’unico Perseo era rimasto, e per sempre sarebbe stato, quello di Firenze. Ma lì, in quella sala, voleva che il basamento rimanesse, con anche il nome, a futura memoria di ciò che era accaduto. Un basamento vuoto, una statua che non si poteva vedere, un nome senza corpo. Ma la gente doveva sapere, doveva capire.

Per il resto c’erano i suoi sogni. Tanti, continui, che nei mesi si nutrivano della sua insopprimibile stanchezza e degli antidolorifici che ancora e sempre era costretto a prendere. Per quanto egli cercasse di tenersi sveglio, per quanto egli lottasse per tenere sempre desta la sua attenzione sui minimi particolari di ogni muro che cadeva e di ogni parete che al suo posto veniva alzata, tuttavia il sonno giungeva sovente assassino, nei momenti di noia, negli istanti di stanchezza. Il segretario lo sapeva e, senza fargliene accorgere troppo, cercava di stargli vicino. Sempre pronto a prendergli una coperta, a farlo sostare in un angolo, certo che dopo pochi minuti sarebbe tornato più sveglio e più iracondo di prima.

E questa era la sua vita adesso. Poco altro da dire, se non questo. Che sia poco o che sia tanto era questo, ed era comunque una vita. La vita di Ferdinando Stoppani, il sopravvissuto.

In verità non era stato l’unico a sopravvivere in quella giornata scellerata. Un’altra persona era rimasta viva, lì, come per miracolo, tra le prime file. Illesa. Chissà come stava; non la sentiva da così tanto tempo, la sua "Bocca Dorata". Qualche telefonata, qualche lettera, promesse di rivedersi in momenti migliori, che però chissà quando sarebbero mai arrivati. E poi.. "rivederci.. rivederci per far che? Mutilato come sono.. Così.. Non finito.. Come le opere di Michelangelo.. non finite… ecco.. una vendetta dello spirito di Michelangelo Buonarroti, per quanto ho sempre sdegnato il David e apprezzato il Perseo.. son diventato io stesso uno dei suoi prigioni…un "non finito michelangiolesco"… che destino del cazzo..".

Un paradosso. Un vero e proprio assurdo paradosso. Eppure era la realtà. Una realtà magari confusa, mescolata a sogni stordenti, ma pur sempre realtà.

"Direttore, una visita per lei", gli disse ad un tratto un inserviente del museo, il buon Arcangelo De Monti.

"Ora sono molto occupato, Arcangelo", disse lui. Lui era sempre molto occupato. Doveva mostrarsi sempre molto occupato. Se così non fosse stato avrebbe visto subito negli altri quello sguardo compassionevole e dolente che già aveva visto in ospedale e che odiava da morire.

"Muy bien.. lo so che stai siempre ocupato…".

Ferdinando si girò d’improvviso. Era Matilde. Matilde Serrano. La sua "Bocca Dorata".

"Matilde!", disse lui. Il cuore iniziò a battergli a mille. Le mani d’improvviso sudate misero a scivolare vorticosamente sulle ruote della carrozzina, facendolo diventare quasi una buffa marionetta. Un’odiosa buffa marionetta.

Matilde si trattenne dall’aiutarlo. Sapeva che un gesto anche semplice e gentile come quello sarebbe valso per lui come una grande umiliazione. Con una mano coprì il sorriso che le si era dipinto sul volto e attese che lui si ricomponesse e la venisse a salutare. Quando fu vicino a lei, si chinò in modo naturale per baciargli una guancia, senza mostrare troppo la diversa altezza. L’inserviente era già lì pronto (come sempre) con una sedia per la professoressa Serrano, ma Ferdinando tagliò corto e la invitò a seguirlo nel suo studio.

Parlarono. Parlarono tanto. Parlarono di tutto ciò che due sopravvissuti possono dirsi. Parlarono di tutto ciò che possono dirsi due persone che forse hanno l’impressione di amarsi, il timore di amarsi, ma non sanno come dichiararselo. Come quando si gira in tondo intorno alla bellezza degli occhi di chi si ama e si ha una voglia matta di dirlo. Ma dirlo per far che? Che può fare un impotente in carrozzina? Niente.. niente di niente.

Parlarono. Parlarono anche mentre cenavano. Era ormai la tarda serata. Gli operai erano andati via da ore. Anche De Monti se n’era andato, dopo aver montato un tavolino di legno nella grande sala ovale, apparecchiandolo per due. Un tavolino di legno con una tovaglia gialla e una sedia per Matilde. Per Ferdinando non c’era bisogno di sedie; aveva già la sua, perenne.

Certo una pizza non era il massimo del romanticismo da offrire alla professoressa Serrano. Però il luogo.. il luogo era incantevole! E chi aveva mai mangiato due pizze boscaiole così, di notte, in un museo in costruzione, in mezzo ad undici splendide statue che li fissavano dai lati, mentre le stelle li benedicevano dall’alto della vetrata del soffitto? Soli, nel buio del solo chiarore della luna e di un paio di candele, tra quei bianchi corpi marmorei, che li scrutavano, che li studiavano, che rimiravano quel tango di parole indecise intorno a un tavolo.

E poi d’improvviso il silenzio. Quel silenzio che sa tanto di "siamo arrivati a sto punto e ora come se ne esce?". Ferdinando stava riflettendo su come chiamare con educazione un taxi per lei, picchiettando con le dita sulla tovaglia, quando silenziosa Matilde gli prese la mano.

"Ferdinando.. E pensi che todo questo è importante por mi?". Guardava le sue gambe; le sue gambe che non c’erano più.

"E’ importante per tutti Matilde. E’ tremendamente importante per tutti.. soprattutto per me.." .

E mentre parlava si era mosso e neppure se ne era accorto. Arrivando fino a lei. Le mani di Matilde gli carezzarono dolcemente le ciocche di capelli castani, attirando il suo collo a sé, languidamente.

Le loro labbra, e con esse le loro fragili e forti esistenze, si unirono . Si carezzarono assetate.

"Matilde.. Matilde.. io vorrei ma.. io.. – una lacrima iniziava a scendere – io non posso…"

"Amor .. – disse lei, stringendolo forte, abbracciandolo con tutta la rabbia e la forza che quella vita sapeva ancora dar loro – viviamo.. te ne prego.. viviamo…".

Si strinsero, si strinsero in silenzio sentendo i loro corpi chiamarsi, sentendo le loro esistenze pregare di non essere più sole.

Le labbra di Matilde percorsero di baci gli occhi, poi le gote, poi i lobi delle orecchie, di Ferdinando. E lì, in dolcissimo suadente sussurro : "Detras de mi en la rama quiero verte..". In silenzio Ferdinando la fissò sotto la bianca luce lunare. Quella voce, quelle labbra, quel desiderio di imprevista vita che funesto e benedetto tornava improvviso dentro di lui.

Lentamente ella si staccò, continuando a fissarlo nella breve luce delle candele, ancora tenendogli la mano e ripetendo piano "Detras de mi en la rama quiero verte..". Fu allora lui ad avvicinarsi, a coglierla, a voler scoprire nuovamente il fuggente sapore del suo collo, gustandolo. Ancora.

"Poco a poco te convertise en fruto..". La sua voce era un incanto, che il suo corpo irrorava di linfa, che le sue labbra bagnava di ardore. Sentiva di volerla. In qualche modo, anche folle, volerla.

"No te costò subir de las raices..". Morbida e struggente ella si offriva alla vita che finalmente giungeva tra loro. Delicato ma sicuro Ferdinando la invitò a sedersi sul divano circolare al centro della sala. Ed ella, sinuosa, lo assecondò.

"Cantando con tu silaba de savia..". Sotto quel manto stellato, tra lo sguardo delle mute statue, sfolgoranti di bianco marmo, lei era ora sdraiata. Dolcemente, freneticamente, disperatamente discinta. Sussurrava quei versi sospirando.

"Y aquì estaràs primero en flor fragrante..". La nera camicia sbottonata su di una pelle abbronzata a gridare di vita cercata, voluta, reclamata. La gonna alzata e nera anch’essa su un desiderio ormai caldo. Con dita tremanti e vogliose Ferdinando scostò l’intimo nero.

"En la estatua de un beso…. convertida.." . Lasciva la sua carne, sensuali le sue labbra. Ferdinando affondò delicato tra le sue cosce. Assaporando lentamente con la lingua.

"Hasta que sol… y tierra…. sangre y cielo..". Con gli occhi chiusi in crescente godere, ella carezzava i capelli di lui, invitandolo vieppiù ad addentrarsi in lei. Lentamente, deliziosamente Ferdinando iniziò ad assaporare il desiderio di lei.

"Te otorguen… la…. delicia y la… dulzura…". Un fugace sapore salato soddisfava ora la sua lingua indolente, donando a lei mille e più brividi.

"En la rama verè tu cabellera..". Le cosce di lei gli strinsero un po’ il collo, lui deciso le aprì, insolente.

"Tu signo madurando en el follaje…". Il movimento era ora più vorticoso, deciso, di labbra, di denti, di dita incostanti. Matilde sentiva forte la sua fame, l’ istinto, la voglia. Il suo miele scendeva più fluido e la bocca di Ferdinando lo accoglieva di più, di più, di più. Le pareti del suo sesso, le sue interne pareti non avevano più forza in quel benessere che la assaliva.

"Acercando..ohhhhh..". Un gemito la squassò, interrompendole la voce. La testa inclinata all’indietro, gli occhi chiusi volti all’estasi sopraggiungente. "No.. – disse Ferdinando femandosi – no.. continua.. parlami.. o mi fermerò..".

Un sorriso di piacevole soffrire le si dipinse nel volto. "Demone infernal", gli disse suadente. "Continua..", disse lui scivolando nuovamente nelle sue oscurità, baciandole l’interno delle cosce. "Continua..". Il naso di Ferdinando le stuzzicava il clitoride, morbidamente.

"Acercando la… hojas… a mi sed…". Quel miele sempre più denso, più caldo, più vivo. . Lo sentiva sempre più scorrere, il calore farsi spietato. Con le mani, Matilde, seguiva i movimenti del capo di Ferdinando, invogliandolo, assecondandolo, obbligandolo a leccare quel frutto pulsante.

"Y llenarà..hhhhmmmmm…" le parole le si strozzarono in un nuovo gemito irresistibile. Ancora inclemente Ferdinando alzò il viso, trattenendosi dal continuare.

"Y llenarà mi boca…hmmmm… tu… substancia…". Le antiche statue li osservavano mute nel loro cedere al deliquio. Vedevano la bocca di lui aprirsi e addentrarsi fino allo spasmo nel piacere di lei. Vedevano i capelli lucenti e scomposti di lei sul divano, muoversi di spasmi ormai irrefrenabili.

"El beso.. che subiò… desde la tierra…". Urlò con voce ormai incontenibile Matilde. Le labbra di Ferdinando ormai affondavano come pioggia di tempesta, la sua lingua comandava imperiosa su quel piacere ormai prossimo. Le prese i polsi, glieli trattenne, sentì che ciò la faceva impazzire, proseguì sempre più forte, più forte.

"Con tu sangre de fruta enamorada….ooohhhhh……" .

E poi fu il piacere, ed il piacere, ed il piacere. Ed il piacere.

Ferdinando sentiva il sapore, il sapore di lei.. forte.. salato.. impetuoso.. sinuoso..morboso…il sapore di lei..di lei…di lei…quando…

Quando….

"Professore.. Professore Stoppani.. Professore mi scusi…" .

Un sogno. Tutto un sogno. Una delle tante volte in cui durante la giornata la stanchezza prendeva il sopravvento e lo faceva addormentare. Aveva sognato tutto.

Il buon De Monti era lì, insopportabilmente sveglio e preciso, a parlargli .

"Professore mi perdoni, c’è una persona che è qui da più di un’ora. Mi ha pregato di non svegliarla, ma sa… è qui che attende dalle 15..".

"Ma chi è?", disse lui, svogliato, girando la carrozzella su se stessa.

E non era più un sogno. Era lei. Lì con lui.

Lei. La speranza che ancora dalla tragedia possa nascere una nuova vita, e come Pegaso dalla Medusa, possa crescere e fiorire e portare al mondo la sua grazia.

"Bocca dorata" . La maga.. la vita.. Matilde.


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70 commenti to “Eros in 5 racconti. Il secondo.”

13 09 2007
  sergio (01:09:43) :

Da una serena, quasi pedante tranquillità accademica alla tragedia, all’orrore, alla mutilazione. E poi la rabbiosa accettazione non accettata di una vita non vita che cerca di reagire. Il sogno di desideri sopiti ma non spenti.E poi, come un miracolo, la realtà che forse, forse, trasformerà il sogno in resurrezione.

Entusiasmante!

13 09 2007
  no blogger (10:33:14) :

al professore sognatore è rimasto forse molto, ma troppo poco…

13 09 2007
  carmen (10:49:17) :

Mi sono emozionata…fino alla commozione quasi.
E’stupendo questo racconto!
Buona giornata caro Antonio,
Carmen

13 09 2007
  infondoaimieiocchi (10:58:07) :

Già, condivido le parole del Sig. No Blogger!

Al professore è rimasto forse molto ma, troppo poco!

Scrivi benissimo Antonio…aspetto la prossima;)

Buona giornata

13 09 2007
  Anna (11:06:06) :

Complimenti!! Veramente bello! Bravo

13 09 2007
  Regina Madry (12:28:52) :

ah…malinconia :-)

13 09 2007
  Esidra (15:00:28) :

Ho letto attentamente il tuo racconto e devo dire che mi ha presa in un vortice di commozione, scrivi benissimo caro e sai intersecare alla perfezione sensazioni umane e lezioni di vita.

Non so quale delle due sia più recepita, perchè hanno una valenza fondamentale in tutta la trama e l’amore che domina in molteplici sfaccettature, rende il tutto un piatto completo da gustare senza parsimonia.

Mi complimento con te, ma infondo conosci già le tue potenzialità e non hai certo bisogno della mia approvazione per rendertene conto, la classe non è acqua!

Baci

13 09 2007
  infondoaimieiocchi (18:15:41) :

La sagra sega non è ancora finita…passa da me su tiscali.

Ciau

13 09 2007
  oltreituoiconfini (20:44:32) :

davvero molto bello , emozionante , mi piacciono sempre di piu’ le cose che scrivi sai amico mio :-)

Un bacio grande

Maya

13 09 2007
  antonio76 (22:02:27) :

Grazie a tutti.. volevo dire, per dovere di cronaca, che nella terza figura si vede un ritratto di Dita Von Teese, fatto da David Downton, mentre nella quarta figura è presente un dipinto del pittore Colagrossi. Le parole in spagnolo, dette dalla protagonista, sono tratte da una poesia di Pablo Neruda, la poesia XLVII di “Cento sonetti d’amore”.

13 09 2007
  giraffa (22:55:17) :

Opperdincibacco, sei proprio bravo! Mi è piaciuto anche questo, appassionante e speranzoso, davvero bello:-) aspetto gli altri!!

13 09 2007
  Elle (23:26:09) :

ciao Antonio. Che dire…hai unito la storia, l’arte, la mitologia, l’erotismo e l’amore in un solo racconto. Bravo come sempre. Permettimi di dire che questo racconto non è dedicato soltanto al gusto ma anche all’udito. I sogni comunque a volte si possono avverare come alla fine. Bacione

14 09 2007
  titania (17:24:10) :

Davvero, davvero bello. Bravissimo.

In una parola direi avvolgente.

14 09 2007
  Grazia (20:31:35) :

Il professore, Matilde, le statue marmoree, i battiti del cuore, la sensuale danza delle parole di lei, un mixer d’erotismo dolcissimo e coinvolgente che sfoccia in un grande sogno vissuto con estrema intensità reale.

Quel che più mi colpisce è la delicatezza di quest’uomo mutilato dalla vita ma non dal desiderio….

Antonio sei un ottimo e valente scrittore, è un peccato regalare queste bellissime pagine ad una piattaforma che non le valorizza per quel che meritano….

Pensaci e cerca una buona casa editrice…sarò tra i tuoi primi acquirenti…

Un caro saluto ed un abbraccio.

Ciao, Grazia

14 09 2007
  Grazia (20:33:09) :

…ops..i punti interrogativi non sono voluti, purtroppo Tiscali fa le bizze :-)

17 09 2007
  anais (09:21:00) :

bel racconto, ma per compiere quell’impresa c’è bisogno del naso di Pinocchio o di Cirano di Bergerac ;-) )

18 09 2007
  sergio (19:59:57) :

Per non intralciare il sondaggio posto qui un commento. Ho letto che da Inf. hai scritto Forza Nuova, bastardi. A me sembra poco e ti dico la mia impressione: Non solo trovo nauseante l’episodio, ma sono seriamente preoccupato di constatare un fenomeno strisciante che come un viscido putrido serpente sta dilagando in molti paesi e di cui ci si rende poco conto e se ne parla (chissà perché) molto,troppo, poco. Il nazismo, nella sua forma più bieca e fetida si sta diffondendo in tutti i paesi occidentali (a parte l’America dove è già diffuso da tempo). E la cosa più tragica ed incredibile e che si sia verificato perfino in Israele! Se gli Stati non mozzeranno sul nascere la testa di questo serpente saranno grossi guai. Forse non sarebbe male una mobilitazione dei bloggers su questo fenomeno che, ripeto, non vorrei venisse troppo sottovalutato come avvenne in un passato non molto lontano.
Ahi, ahi, la parola è “morto”. Un presagio?

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