I Ggiovani

28 06 2010

“Sono giovani.. se la caveranno..”

Qualche giorno fa, così di passaggio, ho ascoltato un frammento di colloquio tra due signore a bordo piscina. Le vacanze sono ben lontane dal cominciare ancora, ma ero riuscito a beccare una mezza giornata di sole (il mare era una fetecchia, ma almeno c’era il sole..).

E così ho ascoltato sta frase che mi ha fatto un po’ riflettere. Non so bene quale fosse l’inizio della conversazione, ma suppongo si parlasse di una giovane coppia un po’ in difficoltà. E una delle signore diceva all’altra “Sono giovani.. se la caveranno”.

Ora, vorrei dire che a dispetto di quanto si possa pensare comunemente, non credo che esser giovani, di per sé, sia un pregio o quantomeno un sicuro elemento di forza.

Almeno non nell’Italia di oggi.

E’ un elemento di forza avere studiato, avere un lavoro, avere voglia di fare e creare, non abbattersi. E’ un elemento di forza avere un po’ di soldini e magari anche essere carini.

E’ un elemento di forza avere buone amicizie e trovare uno spazio per lo svago e la riflessione personale in questo periodo in cui sembra si debba sempre correre di qua e di là.

Ma essere giovani non vuol dire essere per forza più forti. O più creativi. Non è che uno se è giovane se la cava più facilmente in quanto è giovane.

Soprattutto in una società in cui non va in pensione nessuno. In cui i posti di comando sono mantenuti saldamente da chi ha ben più di 60 anni.

Non voglio dire che esser giovani è una sfiga, ma certo non è nemmeno sta gran festa, a dirla tutta.

Ecco.




2000

29 05 2010

(la parte scritta venerdì)

Quante sono due mila persone? Si scrivono due mila o duemila? Sono tante? Sono poche?

Se ad un concerto rock vanno in duemila possono essere pochi, ma se il concerto è in un teatro possono pure essere troppe. Se duemila persone vanno ad una partita vuol dire che c’è lo stadio vuoto, ma se vanno ad una manifestazione, un sit-in, o in un corteo possono essere moltissime. Quante sono duemila persone? Tante da poterle vedere tutte in faccia, ma troppe ricordarne il nome?

Quando ero piccolo, nei primi anni ’80, si pensava al 2000 e si credeva che avremmo camminato con le navicelle spaziali. Alcuni pensavano che avremmo respirato con le maschere antigas per via della guerra nucleare e avremmo mangiato con pillole di alimenti superconcentrati. Il 2000 poi è arrivato, ed ha portato il videofonino, internet, il g8 di Genova, l’attentato alle torri gemelle di New York, Obama e i Tokio Hotel.

2000.

Oggi per via delle targhe alterne a Palermo sono andato al dipartimento dell’università con la metropolitana. Verso le 12:30, avendo finito di contattare alcuni colleghi in giro per l’Italia per il prossimo congresso nazionale di psicologia a Torino, ho guardato il sito di Repubblica ed ho letto che in quello stesso istante, mentre io mi trovavo comodo in una stanza di un palazzone di Palermo, un commando di terroristi aveva preso in ostaggio 2000 persone in due moschee in Pakistan.

Voi lo sapete dov’è il Pakistan, vero? In questo momento, senza vedere la cartina, il Pakistan lo sapete dov’è?

Allora ho chiuso il computer (pardon.. si dice “ho spento il computer”) e sono uscito dalla facoltà ed ho camminato fino alla fermata della metropolitana.

Mentre passeggiavo, pensavo alla mia giornata, a quello che avevo fatto di mattina e avrei fatto di pomeriggio. E pensavo a qui duemila, lontani migliaia di chilometri da me, in ostaggio dentro le moschee.

Quante sono 2000 persone in una moschea? Tanti? E 2000 in 2 moschee quanti sono? Ce li si può immaginare? E come sono quando hanno paura? Come sono quando urlano? Qual è la differenza tra 2000 persone allegre e 2000 persone spaventate ?

Mentre passeggiavo ho scritto un sms e l’ho inviato ad alcune delle persone con cui sono abituato a parlare e che ritengo intelligenti e capaci di belle riflessioni.

Ho scritto così : “Quando uno legge al pc che 2000 persone sono in ostaggio ora in 2 moschee in pakistan, la nostra giornata dovrebbe cambiare, forse. E invece no. Ma perché?” .

Poi sono sceso alla fermata e ho preso il treno e non c’era più campo.

Quando sono uscito dalla stazione vicino casa mia, il telefonino è tornato raggiungibile e mi sono arrivati alcuni messaggi di risposta.

“Forse perché sono lontani e l’attenzione non è la stessa che fossero qui. O forse perchè ormai siamo abituati o forse perché sai che ti amo tanto e sei felice nonostante il pakistan”.

“Perché la società moderna ci ha reso tutti egoisti”

“Credo dipenda dalla quota di egoismo insita in ognuno di noi che, pur senza cattiveria, ci allontana dalla realtà altrui, giusto quanto basta da non sentirla come fosse propria. Troppa frenesia, troppo sofferenza, troppo riduzionismo dell’essere umano: fuga dal dolore, direi!”

“Forse perché pensiamo che sono eventi che accadono a chilometri di distanza e soprattutto, egoisticamente, non ci capiteranno mai”.

“Perché le tragedie altrui.. sono degli altri.. e perché siamo stanchi e forse assuefatti.. e perché comunque in noi ha messo radici un male di vivere che ci impedisce di dimenticarci di noi.. se non per pochi minuti.. e poi.. siamo ancora e di nuovo soli col nostro mare..”

 “Mi sa che ci schermiamo dalla sofferenza, come se non riguardasse davvero anche noi quello che succede oggi altrove, nella speranza che questo non ci tocchi mai.. facendo come se.. però poi ci sono quelli a cui cambia eccome la giornata, forse dobbiamo scegliere solo da che parte stare..”

“Non ne sapevo nulla. Credo ke nn s’impazzisca x 1 anestetizzante spirito di sopravvivenza ke restringe la realtà del mondo solo a quello che ci è prossimo..”  

Quando sono tornato a casa ho acceso la tv e guardato il telegiornale per vedere come si evolvesse la situazione. Non dicevano nulla, non ne parlavano. Poi alla fine due parole, perché nel frattempo la notizia aveva mutato forma, ed era diventata così : “Attacco alle moschee in Pakistan: 20 morti”.

Da 2000 persone in ostaggio a 20 morti. Da 2000 persone terrorizzate a 20 deceduti, che sembrano persino poco rispetto al fatto che poche ore prima erano morte oltre 60 persone in un attentato su di un treno in India.

1980 persone oggi sono ancora vive, ma per molte ore hanno pensato di essere lì per morire dentro una moschea. Per un istante viene da pensare “vabbè insomma sono ancora vive, alla fin fine, che importa.. meglio così..”. Ma millenovecentottanta persone terrorizzate sono tantissime.

Io non le conosco 1980 persone, figurarsi se ne conosco 2000. Voi le conoscete?

Adesso su Facebook la gente ha 300 amici, 480 amici, 740 amici, 1200 amici, 2750 amici.

Io non ho così tanti amici, ma mi stanno bene le poche persone a cui voglio bene e che stimo. E credo che un po’ in tutte le risposte che mi hanno dato queste persone ci siano delle cose giuste.

Forse c’entra la distanza. Forse c’entra il sentire che abbiamo comunque qualcuno vicino a noi che ci scalda il cuore e ciò ci permette di vivere ancora con più forza malgrado lo schifo intorno. Forse c’entra che siamo egoisti e pensiamo che certe cose non ci accadranno mai. Forse l’egoismo è dovuto alla società e ai ritmi che ci impone di mantenere, forse è una nostra barriera intima e protettiva che ci serve per andare avanti. Forse perché ognuno ha già la sua solitudine ed il suo mare con cui fare i conti. Forse perché quella è semplicemente gente che non conosciamo.

Ma se lì ci fossero state 2000 persone che conosciamo? 2000 persone sono tante: la mia famiglia, i parenti anche più lontani, la mia fidanzata ed i parenti della mia fidanzata, i miei compagni d’asilo, i miei compagni di classe delle elementari, delle medie, del liceo. Le persone con cui ho chiacchierato almeno una volta all’università e i professori con cui ho dato materie. I bambini che vedevo nel progetto scolastico dal 1999 al 2001. Le persone che ho visto per lavoro dal 2003 ad oggi, che saranno circa 300, forse anche 400, tra ospedali, università, sindacato, corsi di formazione, squadra di football. Anche 500 magari. Forse. O anche no. I colleghi del corso di perfezionamento. I colleghi della scuola di specializzazione. I colleghi del dottorato. Quelli che tra loro sono diventati amici. Quelli che siedono accanto a me allo stadio. Quelli che vedo al bar e dal tabaccaio. Il fruttivendolo, il panettiere, il commesso che sta alla cassa del supermercato. Il signore zoppo che da anni fa la riffa la domenica in piazza. Quello che mi sbiglietta i biglietti al cinema. I blogger che conosco. Si arriva a 2000? Forse..

A immaginarli lì.. tutta questa gente, tutta la mia vita praticamente.. tutti ammassati dentro una normale chiesa cattolica.. nella mia città.. con dei terroristi che li tengono in ostaggio.. come me la cambia la giornata?

Come te la cambia la giornata? E come la cambia ad un italiano qualunque che di me non gliene frega niente? Se tutta la gente che io conosco, tutta la gente con cui ho parlato, che ho incontrato nella mia vita, se tutti questi visi fossero in ostaggio.. come gliela cambia la giornata ad un francese, ad un russo, ad un tailandese che non sa magari l’italia dov’è, ad un giapponese che corre tutto il giorno, ad un australiano.

Come la cambia ad un pakistano? Più o meno quanto i morti pakistani la cambiano a noi.

 

(aggiornamento del sabato)

Il giornale di stamani (“la Repubblica”) riporta che alla fine i morti sono stati più di 80. I morti nel treno in India più di 100. Le due notizie ci stavano bene all’interno di una sola pagina. La pagina accanto è tutta occupata da una foto di Belen Rodriguez vestita di rosso.




Fame-book

14 05 2010

Ieri pomeriggio ho svolto, insieme ad un collega ed una giovane tirocinante, un laboratorio con un gruppo di bambini presso lo studio di un pediatra di base.

Il lavoro aveva come oggetto la sana e corretta alimentazione. Devo dire che è andata abbastanza bene, almeno per 60 dei 90 minuti previsti. Diciamo che tenere testa ad una quindicina di bimbi e ragazzi dai 6 agli 11 anni non è semplicissimo, ma penso che tutto sommato ci siamo riusciti.

Tutto sommato i bambini mi sono sembrati abbastanza consapevoli di cosa sia una giusta alimentazione, più di quanto sospettassi inizialmente. Avevamo costruito un cartellone con la piramide dell’alimentazione, dalla base, con i cibi e le sostanze che è importante assumere tutti i giorni (pane, pasta) a quelli intermedi (verdura e frutta, poi carne e uova) a quelli che sarebbe bene assumere il meno possibile (dolciumi vari).

Abbiamo ipotizzato un’attività che si basasse sull’ “esperire e spiegare”, cioè presentavamo diversi prodotti (pezzetti di formaggio, di pane, di carote, di mele..) e loro inizialmente dovevano descriverci colori, sapori, profumi. Poi raccontare come e quanto mangiavano quel prodotto.

Devo dire che quando avevo 8 anni io, non sapevo tutte queste cose. Si sono divertiti. Almeno fino a quando hanno iniziato a sentirsi stanchi e hanno cominciato a scappare di qua e di là e allora ho fatto subito sparire i prodotti prima che se li tirassero o mangiucchiassero.

Interessante anche quando si è cercato di farli parlare sul concetto di “fame”. E’ risultato molto difficile per loro raccontare cosa sentono, cosa provano, cosa percepiscono, quando hanno fame. Alcuni hanno riferito di sentirsi “vuoti”, altri “tristi”, uno ha detto di avere “dolore alla pancia”.

Poi da un discorso sul mangiare ci si è spostati su uno relativo all’ “assunzione” di televisione e soprattutto di computer.

E lì sono cominciati i guai.

Devo dire che c’è da preoccuparsi. Io, almeno, mi son molto preoccupato. Bambini di 8 anni iscritti a Facebook, con una falsa identità di 21enni. Bambini che mi dicevano “Antonio ti posso inviare l’amicizia?”.

Ragazzini che comunicano su msn. Da soli. Che raccontano di genitori che stanno in altre stanze, ma sono tranquilli perché tanto hanno messo nel computer “il programma che gli dice quello che guardo su internet”.

Ragazzini, accompagnati da giovanili nonne, che avevano in mano un videogioco nuovo di zecca, comprato prima di venire dal pediatra, rigorosamente vietato ai minori di 18 anni.

E lì c’hai un bel dire “piccolo, ma questo è un gioco per grandi !”, perché il ragazzino, o il bambino, se ne frega (come è normale che sia).

Ci sono due cose che mi viene da dire.

La prima. L’utilizzo dei videogiochi come riferimento può portare anche a immagini della storia esilaranti, in cui i protagonisti diventano eroi da fumetto.

“Dovevo fare una ricerca su Giulio Cesare come compito per casa.. allora ho scritto Cesare.. sulla barretta laterale.. e ho copiato quello che c’era messo”

“E chi era Giulio Cesare?”

“Un imperatore che ha combattuto contro Attila” (facendo il gesto del pugno..).

La seconda. So bene che quando avevo 13 anni cercavo qualunque stratagemma per guardare “Colpo grosso” in tv, perché il cartoon “Occhi di gatto” non mi bastava più. E’ stato sempre così, ci sono le prime curiosità, le prime voglie di scoprire e vedere. O.K. Ma che cazzo… ma che genitori sono quelli che lasciano che il figlio di 9 anni stia su Facebook e faccia amicizia con chiunque con la scusa del gioco del cagnolino o della fattoria o di altre stronzate così ?? E’ pericolosissimo !! Come fanno a non capirlo sti idioti?? Che poi sono gli stessi genitori che dal lavoro stanno su Facebook a curare l’alberghetto o il ristorante, e magari c’hanno pure i figli per amici !! ma che mondo è ??

Bimbi capaci di dire cos’è un download e incapace di raccontare le sensazioni che provano quando hanno fame.




Obiettivo raggiunto !!

6 05 2010

Ultimamente sono stato un po’ latitante… lo so…

Si lavora tanto e ci si stanca di più.

Con piacere e gratificazione dico ai miei blogfriendzz che il 23 Aprile ho svolto la discussione finale del dottorato ed è andata benone!! In verità ero stato più angosciato a Novembre, quando avevo dovuto consegnare la bozza della tesi, poi il resto è stato in discesa. Ho sentito più ansia al primo traguardo intermedio, che non in quello finale, anche perché il lavoro era ormai più che fatto. Ho esposto 3 ricerche compiute in questi anni in riferimento a pazienti dializzati e ho focalizzato l’attenzione soprattutto sulle risorse e sulle pratiche di supporto. Del resto, come ho espresso nella discussione, il fatto che la qualità di vita dei dializzati domiciliari e ospedalizzati sia penalizzata non è una gran scoperta. E’ molto più significativo e utile (per la costruzione di nuove pratiche terapeutiche) il fatto che sia emerso come con i pazienti domiciliari sia necessario lavorare sul senso di autoefficacia personale e sulla percezione del sostegno da parte della famiglia (soprattutto nel training pre-dialisi), mentre con i pazienti emodializzati ospedalieri il ruolo del sostegno familiare è molto meno significativo (certo è utile, ma non centrale) mentre è molto più importante promuovere una capacità di adattamento creativo, un’attitudine positiva, con una capacità di rielaborare l’evento in un’ottica di crescita personale. In questo si nota bene la distinzione tra un paziente che svolge la dialisi da solo a casa, confidando nelle sue risorse, ed un soggetto che si sottopone ad una dialisi ospedaliera che non dipende dal suo agire e che sembra capovolgere il suo mondo. In questo caso ciò che puoi aiutarli a star meglio sono cose diverse e posso sinceramente dire che il mio lavoro di questi anni è servito a dimostrarlo.

Ora non so bene cosa accadrà, perchè assegni di ricerca non ce ne sono e posti da ricercatore.. ihihihihih… ahahahaha.. vabbè va… ma dico sempre ai miei pazienti che la frustrazione per un futuro incerto non ci de impedire di percepire la soddisfazione del buon lavoro svolto e dei risultati raggiunti.. e quindi godo dei risultati anche se il futuro è mooolto incerto..

Porterò i risultati al congresso mondiale di Città del Messico, in estate. Ma non penso ci andrò di persona, perché soldi non ce n’è ed immagino che l’ospedale pagherà solo il volo del primario.

Eh vabbè, così vanno le cose.. mi basta che il mio nome sia nel congresso.. è già tanto..

Nel frattempo lo studio privato, a poco a poco, comincia a partire.. seguo una famiglia.. genitori e bimbo..

Sto anche lavorando a nuove tecniche e metodi da poter usare in terapia.. ma non ve ne parlo perché altrimenti divento noioso.. dico solo che ciò che mi interessa è dare ai pazienti la possibilità di portare in seduta delle immagini di loro stessi sulle quali poter ragionare attraverso il contributo che do loro.. e questo soprattutto attraverso mezzi non verbali.. suoni.. disegni.. ciò ha un maggiore impatto emotivo e fa loro meglio comprendere il percorso interiore che stanno compiendo. Per una semplice cosa: se una cosa la sentiamo dentro la testa è utile, ma se un cambiamento lo sentiamo dentro la testa e dentro lo stomaco (con tutto il bello e il brutto che può esserci) lo avvertiamo ancora meglio..

Insomma ci sto provando..

Un abbraccio a chi passa da qui :)




Indice dei racconti di DisordinataMente

10 04 2010

La nuova conformazione del blog mi induce a mettere un po’ di ordine nel disordine di DisordinataMente e visto che nei box laterali non posso mettere più di 40 link devo cercare di fare un po’ di sintesi. Onde per cui, a poco a poco, andrò cambiando le “Disordinate Pagine”, inserendo delle pagine indice tematiche, attraverso cui accedere a specifici post.

Da qui ad esempio si può accedere ai racconti.

Racconti brevi :

-          “Una vecchia storia di spiriti e coltelli” (racconto circense) : il primo racconto pubblicato nel blog

-          “tu sola mi spogli e rivesti da Re” (racconto in bianco e nero) : uno dei più amati

-          “una storia di piccioni affamati” (racconto geometrico) : forse il mio preferito

-          “racconto brevissimissimo

-          “la storia del signor Salmone

 Racconti erotici:

-          Il primo: “Amore astratto” (olfatto) : il primo e più amato tra i racconti erotici del 2008

-          Il secondo: “Il sapore di Lei” (gusto) : l’ archeologia, Corto Maltese, il terrorismo, le poesie di Neruda. I protagonisti di questo racconto si intravedono anche nel thriller “Da qui non si esce”.

-          Il terzo: “L’uomo nel bosco” (udito) : un porno-horror oltremodo stralunato

-          Il quarto: “Mail” (vista)

-          Il quinto: “La scatola magica” (tatto) : forte.. molto forte..

Racconti thriller (quasi horror) :

-          “Detersivo” (più horror..) : terrificante !

-          “La fortezza” (racconto beffardo)

-          “Una stramba storia di Allowìn” (Halloween 2009) : grottesco come i nostri tempi..

I gialli a puntate del commissario Mignosi :

-          “A piccoli passi” : 7 puntate.. la prima storia del commissario Mignosi , in cui una giovane donna si autoaccusa di una strage ad un matrimonio. Un incubo che mettere a dura prova la determinazione del commissario (e del lettore) !

-          “Da qui non si esce” : 2 puntate.. un serial killer spietato tiene in scacco un’intera città. Una giovane criminologa e un ricercatore universitario sono i protagonisti di un thriller velenoso, in cui Mignosi dovrà combattere la più violenta follia.

Il commissario Mignosi e l’ispettore Termini compaiono anche nel racconto “Nicolino Tagliavia”, nella serie delle “Fiabe di Belforte”.

Le fiabe di Belforte :

-          “Equinozio Falsomiele” : uno dei racconti più apprezzati in assoluto. Strampalato, dolce, notturno, come una pastiglia che fa frshhhhhhhh..

-          “Nicolino Tagliavia

Altra roba varia (in rima e non..) :

-          “Il nobile e il servitore” (pezzo di un canto per un poema fantascientifico inconcluso in 12 canti alla luna)

-          “L’ untore” (racconto notturno in rime stonate)

-          “Ativeetrom” (il primo capitolo di una saga fantasy mai conclusa)

Nel post “Vorrei scrivere un post”, si fa riferimento a tre racconti “Il vetro viola”, “Nine days nine. In Rome”, “Il livello+1”, un po’ scritti, un po’ pensati, un po’ niente…  

 

Di volta in volta questa pagina sarà aggiornata con i nuovi racconti, restando come indice..




Happy Family. Consigliatissimo!!

5 04 2010

Il filosofo greco Protagora di Abdera nacque in Tracia nel 486 avanti Cristo. Fu uno dei padri della sofistica e del pensiero relativistico. Più volte soggiornò ad Atene, divenendo amico di autori quali Euripide e politici quali Pericle. Accusato di empietà per le sue posizioni agnostiche in ambito teologico, fu condannato all’esilio e morì in un naufragio, lontano da Atene, il 411 avanti Cristo.
La sua più famosa affermazione, che un po’ racchiude tutto il suo pensiero sull’essere umano e su come questi dia un senso a quanto gli sta attorno, è : “L’uomo è misura di tutte le cose: quelle che sono, in quanto sono; e quelle che non sono, in quanto non sono”.
L’uomo è il metro del mondo, nella misura in cui il mondo sa mettere paura e sa esser meraviglioso perché lo vediamo così. Il mondo è colorato ed in bianco e nero nella misura in cui i colori li vediamo o non li vediamo. Il mondo è caldo ed è freddo, nella misura in cui lo viviamo con passione o lo viviamo con timore. Il mondo è amichevole e il mondo è ostile, nella misura in cui ci apriamo agli altri o li respingiamo sentendoci da essi a nostra volta respinti. Il mondo è bello e il mondo è brutto, nella misura in cui ci vogliamo bene, abbiamo fiducia in noi stessi e questo mondo proviamo comunque ad esplorare, oppure no. Il mondo ha un senso, oppure non lo ha, se questo senso lo cerchiamo, oppure no.
Il mondo non offre spiegazioni, aumenta solo le nostre curiosità. Se siamo curiosi.
Gabriele Salvatores costruisce un piccolo semplice film, che essenzialmente parla di questo. Un film piccolo e colorato, come i giocattoli di legno, che un po’ tutti avevamo da bambini e a rivederli ora sembrano piccoli e colorati, ma a guardarli bene si aprono a mille emozioni, a mille sapori e ricordi. La complessità insita nelle cose che appaiono semplici.
“Happy family” è un bel film davvero. Un piccolo semplice manuale che non mira a spiegare, ma semplicemente descrivere l’essere umano nelle sue paure e nella sua capacità di sorprendersi in piccole cose che nella loro semplicità contengono una grande complessità e viceversa. Strizzando l’occhio a Pirandello e ai suoi “6 personaggi in cerca d’autore” ed a Woody Allen (soprattutto “La rosa purpurea del Cairo” e “Manhattan”), parla di uno sceneggiatore che si confronta con i personaggi della trama che sta scrivendo. Chiuso nella sua stanza, impaurito dal mondo, lo scrittore (bravissimo Fabio De Luigi) scrive una storia in cui casualmente ha un incidente stradale con una signora (Margherita Buy). Per farsi perdonare, lei lo invita ad una cena in cui si incontrano due famiglie che sono unite dal fatto che i due ragazzi dei rispettivi nuclei hanno scelto di sposarsi, benché abbiano soltanto 16 anni. La prima è una famiglia borghese, composta da un padre (meraviglioso Fabrizio Bentivoglio) che sa di avere ancora pochi giorni di vita e non sa come dirlo agli altri, una madre (Margherita Buy) insoddisfatta, una figlia maggiore (Valeria Bilello) depressa, ossessionata dal silenzio, dal percepirsi incapace, e dai cattivi odori, ed un figlio minore, da tutti definito “particolare”, dai modi dandy vagamente effeminati, che si è intestardito a sposare una campagna di scuola. A ciò si aggiunge una simpatica nonna, affetta dalla sindrome di Alzheimer, che ripete costantemente le stesse cose. L’altro nucleo familiare è un pò più naif, con un padre un po’ cazzaro (un Diego Abbatantuono perfetto per il ruolo), una madre un po’ ansiosa, svampita e beverona (dolcissima Carla Signoris, sempre sempre sempre più brava), una figlia (promessa sposo del ragazzo) vagamente darkeggiante, stile cartoon di Tim Burton.
Ad un certo punto, lo scrittore, in crisi con il racconto, sceglie di lasciare la storia inconclusa, con un finale aperto, che lascia molti dubbi su quanto accadrà. I personaggi allora si ribellano, gli occupano la casa, e non gli danno tregua finché lui non chiuderà la storia con tutte le varie sottotrame. Il finale alla fine ci sarà, anche se poi lascerà spazio ad un ulteriore finale aperto, riprendendo in qualche modo quell’ altro piccolo grande film che è “I soliti sospetti”.
Intrigante l’uso dei monologhi, o “soliloqui” (per come diceva Shakespeare), che riprende in toto l’originale tessitura teatrale che aveva il lavoro (originariamente testo teatrale). Ottima l’idea di aprire e chiudere il film con un sipario. Molto bella l’idea dell’incubo raccontato dalla figlia maggiore. Interessante l’utilizzo della musica, e particolarmente quello dei colori, della fotografia, che riporta in alcuni istanti al “Favoloso mondo di Amelie”.
Un piccolo gioiello prezioso di film. Non c’è altro da dire.
Un film per chi ha paura della, e nella, vita. E per chi della, e nella, vita si meraviglia.
Quest’anno pensavo di trascorrere la Pasqua da solo, perché Simona il mese scorso mi aveva detto che per motivi di lavoro non poteva venire a Palermo e visto che avrebbe lavorato anche a Pasquetta, per recuperare un po’ di lavoro arretrato, avevo evitato di andarci. Venerdì pomeriggio mia sorella e mia madre mi chiamano dal balcone di casa, mentre ero sul divano a leggermi Dylan Dog e mi dicono che mio padre ha bisogno di me per salire un pacco. Io faccio per scendere, ma loro mi dicono “affacciati prima, vieni qua”. Mi affaccio e vedo mio padre con Simona sotto casa mia e tutti a farsi una gran risata, dicendomi che mi avevano fatto un superscherzo, organizzando da settimane questa sorpresa pasquale. Lo stupore è stato quasi più della grandissima felicità che ho provato. Insieme alla percezione di essere amato da una donna davvero speciale.
La vita può far paura, ma può anche meravigliosamente sorprendere. Perché la vita sono le persone che abbiamo intorno e il modo in cui noi le cerchiamo, le scegliamo, le coinvolgiamo, per costruire qualcosa di bello, utile, importante.
Un invito all’ottimismo, da parte mia e di Gabriele Salvatores.

happy family




La bimba e le bambole rotte

28 03 2010

C’è una bambina che gioca da sola.

C’è una bambina che gioca da sola, con tante bambole, in un salone grande grande e vuoto, che non c’entra mai nessuno, perché nessuno viene mai a fare visita in quella casa. Ed è pulito, ed è in ordine, ed è tutto a suo posto. Come se chissà chi dovesse venire un domani. E non viene nessuno. E gioca, gioca con le sue bambole e le dà vita. E le anima, e fa fare loro mille cose, mille personaggi mille storie. Vorrebbe costruire per loro mille storie e mille mondi. Ma le bambole sono leggere, sono troppo leggere, non possono fare tutte quelle storie, non possono vivere in così tanti mondi diversi e si rompono. Perché sono bambole e le bambole si rompono. E si rompono e lei le aggiusta.

Di volta in volta quelle bambole si usurano, si rompono e lei le aggiusta. Le aggiusta. Cerca la colla, cerca l’adesivo, cerca lo spago, cerca i cerotti.

E la bimba cresce e le bambole si fanno sempre più piccole. E fragili. E si rompono, si rompono, si rompono. E lei si affatica, si addanna, che le deve aggiustare, aggiustare, aggiustare, aggiustare. Ma le bambole si rompono. Non lo fanno perché sono cattive, ma solo perché sono leggere, di plastica leggera. E si rompono.

E lei cresce, cresce anche se non vuole, anche se ha paura perché le dicono che quando sarà grande le bambole non ci saranno più, i giochi, i sorrisi, le merende non ci saranno più.

E cresce, diventa ragazza, diventa donna, diventa grande. E le bambole cambiano forma, e colori, e indirizzi e tempi. Diventano amiche, diventano ragazzi, diventano sguardi, uomini, lavori, circostanze, opinioni. E si rompono, e lei le aggiusta. Le aggiusta. Le aggiusta.

E le bambole sono sempre di più, sempre più fragili. E la colla è sempre di meno, di meno, di meno. E lei che non può più guardarsi bambina, vede i suoi occhi stanchi, le sue mani nervose e si sente incapace. E cerca le bambole, e le trova disperse, e quando le vede son rotte e son tante, e non sa da dove iniziare. Che la colla non c’è. L’ha usata ormai tutta.

E che si può dire a questa bambina, che è ormai grande, ormai donna, e osserva le sue bambole rotte. Che si può dire?

Che si può dire?

Forse che le bambole sono solo giochi leggeri. Forse che troppi sono i mondi che voleva controllare, con quelle storie, con quelle bambole. E troppo l’affetto che voleva immaginare dove purtroppo non c’era. Forse che l’affetto, l’affetto, l’affetto può essere altro dal terrore che le bambole si perdano, si rompano, si distruggano. Forse che il timore che la bambole si rompano la porta ad usarle in modo sbagliato e a romperle ancor più. Forse che il tempo usato ad inseguire la colla, a cercare i cerotti, lo potrebbe meglio spendere a donare affetto a se stessa, e non pensare che per lei i cerotti e la colla non ci son più. Forse che lei è una bella persona e le bambole si rompono, ma lei resta intatta, perché in lei sta il senso di tutto, nella sua fantasia, nella sua creatività di vivere e giocare e andare avanti comunque e dovunque. E non nel suo dovere di curare le bambole rotte.

Che le bambole non si possono tutte aggiustare.

Che lei è una bella persona.

 

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Alice in Wonderland

27 03 2010

Cos’hanno in comune un corvo ed una scrivania?

Eh?

Che hanno in comune?

Questo si chiede il Cappellaio Matto, nel corso dei libri di Lewis Carrol “Alice nel Paese delle Meraviglie” e “Oltre lo specchio e ciò che Alice vi trovò”.

E questo si chiede Johnny Depp, nei panni del Cappellaio, nel film “Alice in Wonderland”, di Tim Burton. Cos’ hanno in comune un corvo ed una scrivania?

Mentre scrivo, mi viene da pensare a quanto io sia cresciuto con Burton, nel corso degli anni. Sono cresciuto con Batman e la Gotham City da lui rappresentata. Con Jack Skeleton e la Sposa Cadavere. Con i marziani cattivi e gli umani deficienti di “Mars attacks!”. Con il padre contastorie (o contaballe) di “Big Fish”. Mondi rovesciati. Mondi dolci e spietati. Grotteschi e metaforici, tristi ed ironici. I mondi di Tim Burton, in cui le leggi che ci sembrano eterne vengono sovvertite, come accade nel mondo di “sottosopra” dentro cui cade Alice: il re di Halloween porta i regali di Natale, un figlio non sa distinguere il vero, il falso, il verosimile nelle parole del padre (chiedendo una storia e comprendendo alla fine che  l’importante non è la storia, ma aver voglia di raccontarne ancora una, per dolce o crudele che sia), dolci donne gatto diventano temibili mistress. Il cervello dei marziani viene spappolato da una canzoncina folk tremendamente kitch.

Questo è il mondo di Tim Burton e si potrebbe pensare che in fin dei conti non è poi così diverso da quello di Caroll. Dunque è normale che prima o poi Burton sia giunto a parlare di Alice e del Cappellaio, visto che in verità nella sua vita non aveva fatto altro, implicitamente. Attraverso figure diverse, Burton ha sempre trattato paesi “delle meraviglie”: la fabbrica di cioccolata, sleepy hollow, il pianeta delle scimmie, l’aldilà di Bettlejiuce, Gotham.

E la scelta di Burton è quella di prendere la storia complessiva dei due libri e rifarla a modo sua, secondo una sua libera interpretazione, che forse è più interessata ad “Oltre lo specchio”.

Del resto, a pensarci bene, rifare per l’ennesima volta “Alice nel paese delle meraviglie”, che senso aveva? E’ già stato fatto da altri, e anche da lui, seppur in modi diversi.

La scelta di Burton mi ha ricordato quella attuata da Spielberg quando, volendo trattare Peter Pan, lo rifece a modo suo, con un film forse da rivalutare, che era “Hook” (ai tempi se ne è detto troppo male.. ora forse andrebbe riscoperto in molti risvolti psicologici..) .

“Alice in wonderland” è un film divertente. Brioso, ben recitato. L’effetto 3d non aggiunge poi tanto alla messa in scena, ma non la ostacola neanche. Diciamo che non cambia nulla. La messa in scena è quella a cui Burton ci ha abituato. Forse questo è il problema del film: non si nota alcuna differenza rispetto ad altri mondi da lui già dipinti. E il modo in cui Depp fa il Cappellaio, non è troppo diverso dal modo in cui ha fatto altri personaggi. Ma questo, semplicemente perché Depp ha sempre avuto il cappellaio matto come modello recitativo nella sua vita, e Burton ha sempre avuto Carrol come riferimento culturale per le sue trame.

E’ il problema insito nel quando un artista ama un capolavoro, lo cita implicitamente sempre, ponendolo come cardine della sua estetica e poetica e alla fine sceglie di rappresentarlo. Forse è una cosa che non si dovrebbe fare.

Hitchocock aveva la psicanalisi in testa, gli incubi, i sogni. Parlo meravigliosamente di psicanalisi in “La donna che visse due volte”, in “La finestra sul cortile”, in “Psycho” e così via. Quando volle fare un film sulla psicanalisi, fece “Io ti salverò”, e gli riuscì peggio degli altri.

Benigni ha sempre avuto come riferimento culturale “Pinocchio”. E’ un Pinocchio il suo “Piccolo diavolo”, lo è il suo personaggio di “Non ci resta che piangere”, oppure il suo Johnny Stecchino. Lo ha volutamente citato anche in “La vita è bella”. Quando ha voluto fare per davvero Pinocchio, gli è riuscito meno bene.

A Kenneth Branagh è riuscito molto meglio il piccolo delizioso film “Nel mezzo di un gelido inverno..” su una compagnia bislacca che mette in scena Amleto, che non il successivo monumentale “Amleto” di 4 ore.

Kubrick, per fortuna, non fece mai il “Napoleone” che si era fissato a fare. Fece “Barry Lindon” che è un capolavoro, e convinse poi Nicholson a fare “Shining”.

Succede. Gli esempi sono tanti. Un artista ama profondamente una cosa e la mette al centro del suo lavoro. Fino a che la cita, fino a che ne fa un riferimento, le cose vanno benissimo. Se la prende di petto, va meno bene. Non lo so perché accada. Può essere che ci sia paura e confrontarsi con ciò che si ama così tanto. Può essere che emerga la voglia di fare il capolavoro.

“Alice in Wonderland” è un film piacevole e divertente. Non è un capolavoro, come altri suoi film. Ci può stare, e forse era anche prevedibile.

La Regina di cuori è il personaggio meglio descritto e meglio recitato, da Helena Bonham Carter. Come mai questa non abbia ancora vinto un premio importante nella sua carriera è un mistero. Secondo me è grandissima.

Per parlare di “Alice nel paese delle meraviglie” in sé, come letteratura e psicologia, ci vorrebbe un altro post. Mi riprometto di farlo in futuro, anche se in parte l’ho già fatto

alice locandina

p.s. : a scanso di equivoci.. qualora non si fosse capito.. a me sto nuovo blog non mi piace nemmeno un pò..




Invictus

5 03 2010

Di ritorno da Pandora, ed in procinto di partire per il Paese delle Meraviglie, mi sono fermato per una sosta nel mondo che ormai potremmo definire semplicisticamente “2d”. Più precisamente nel Sudafrica luminosamente descritto da Clint Eastwood, nel suo ultimo capolavoro “Invictus”.

Il film narra uno spaccato di vita del leader sudafricano Nelson Mandela, odierno Presidente della Repubblica del paese africano; più precisamente 5 anni, il periodo che intercorre dal 1991, anno in cui Mandela uscì di prigione, sino al 1995, anno in cui la squadra nazionale vinse i mondiali di rugby. Protagonisti del film sono Morgan Freeman (nei panni del presidente) e Matt Damon (nei panni del capitano della nazionale).

Un film luminoso, pieno di suggestioni e speranze, che parla del valore della multietnicità, dell’ importanza di un reciproco sforzo necessario di accettarsi, perdonarsi, comprendersi, per poter davvero costruire un paese libero ed indipendente che possa confrontarsi con parità di diritti al tavolo dell’occidente.

Morgan Freeman è strepitoso in un ruolo che giustamente lo porta all’ennesima nomination all’oscar (che però probabilmente non vincerà). Matt Damon si fa inevitabilmente da parte davanti a Freeman, ma esce comunque più che degnamente dal film, anche lui con una bella candidatura alla statuetta per miglior attore non protagonista.

Ma colui che non smette mai di stupire è Eastwood. Alla sua veneranda età ha ancora un sacco di cose da dire, senza cadere in stupide diatribe tra progressisti e conservatori. Spesso dando lezioni a tutti, soprattutto in riferimento a quello che è ormai un suo “cinema civile”. Se si pensa ai film da lui girati negli ultimi anni, vengono fuori capolavori assoluti quali “The unforgiven”, “Mystic river”, “Million dollar baby”, “Gran Torino”. Ed anche “Invictus” non è da meno, girato con una sapienza stilistica impressionante. Basti pensare alle tante splendide scene girate durante le partite di rugby. Si è letteralmente trasportati dentro la partita, respirandone l’aria, soffrendo per i lividi dei giocatori, sentendosi parte di un gruppo di ragazzi che non vince solo una coppa, ma soprattutto si sforza di riunire in un solo sogno una nazione che ancora si martirizza in conflitti tra etnie e comunità.

Usando una luce naturale, registrando nei luoghi in cui la storia ha scritto pagine crude di razzismo e magnificenti di libertà, Eastwood utilizza uno stile comunque secco e senza troppi fronzoli per spiegare l’idea di Mandela. Il neo presidente, appena eletto, si trova di fronte una maggioranza di neri che vivono in povertà ed in qualche modo aspirano ad una simil-vendetta dopo i tanti torti subiti nel periodo della schifosa apartheid, ed una minoranza di bianchi afrikaneers ex detentori del potere, che ancora gestiscono buona parte delle risorse finanziarie del paese. Il rischio di un conflitto civile è sempre più alto e Mandela reagisce a tutto ciò cercando di unire il paese in una squadra sola, che sia portavoce non più solo dei bianchi ricchi ma di milioni di persone.

La divisa degli “springbox”, che prima era simbolo del potere bianco, diventa l’immagine di un paese nuovo, che vuole cambiare, voltando pagina, verso un nuovo futuro di unità.

Quanta pura e semplice verità è presente in queste due ore. Quanta speranza!

Il titolo riprende la poesia dell’autore inglese W.E. Henley, che Mandela aveva letto negli anni in cui era rinchiuso in una micro-cella, per darsi coraggio.

Dal profondo della notte che mi avvolge
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all’altro,
ringrazio qualunque Dio esista
per l’indomabile anima mia.

Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l’angoscia.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l’orrore delle ombre
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.
Io Sono il signore del mio destino:
Io Sono il capitano della mia anima.

Tenetevela cara questa poesia. Son parole che fanno pensare. Hanno mantenuto in vita Mandela e sono di esempio per tutti noi, che ci affanniamo nelle nostre vite, cadendo, rialzandoci, ricadendo, senza la voglia di smettere. Splendide parole. Ce le dedica Clint Eastwood.

invictus

p.s. : sto cercando di capire come funziona sto blog.. sembrava che avevo tolto la moderazione ai commenti e invece ancora no.. spero di riuscire al più presto… ahimè per 3 giorni di seguito sto blog è stato inutilizzabile perchè era “in manutenzione”… bhò…




Si cambia…

14 02 2010

Con questo post si cambia… e per la cronaca, è il post numero 487.. (mannaggggiiiaaa !!!)  

 Nuovo blog.. nuova piattaforma… un megacapodanno colossale per tutti i tiscaliani bloggaroli e bloggagnoli vari… Spero non ci siano i problemi che a suo tempo ci furono dopo il cambio piattaforma.. a occhio e croce mi sembra la redazione abbia compreso i problemi che ci furono allora.. ed ora stiano agendo in modo diverso.. piano piano vedremo penso…

Ad esempio non ho capito se è possibile mettere più di 40 link nelle colonne (ad esempio nei blogfriends o no..) perchè allo stato attuale non me ne fa inserire di nuovi e mi sono saltati un sacco di blogfriendzzz… umpfff…. (vabbè tanto mi sono scritto i loro indirizzi con una normale matita su un normale foglio di carta, che quello serve sempre.. ehehehe)

Bhè.. intanto Buon Blog Nuovo a tutti !!




No alla caccia selvaggia !!

2 02 2010

No alla caccia selvaggia! Il Parlamento si appresta a promulgare una legge che dà alle Regioni il potere di decidere liberamente, senza alcun limite, come e quando cacciare. Si dà esplicitamente il via libera ai cacciatori per fare e disfare ciò che vogliono. Solito contentino acchiappa voti prima delle elezioni. Stavolta a danno dell’ecosistema e della pubblica incolumità. "Repubblica" ha avviato una campagna alla quale personalmente aderisco in pieno, scandalizzato da quanto stanno facendo i nostri governanti.

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Esidra… ci mancherai…

30 01 2010

Questo è il post più difficile che abbia mai dovuto scrivere. Questo è uno di quei post che non avrei mai mai mai mai voluto scrivere… maledizione… Esidra.. maledizione…

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22 01 2010

Ci sono delle opere d’arte che, per quanto tu le possa guardare innumerevoli volte, saranno sempre all’altezza della situazione, delle aspettative che avevi. Giusto per dirne una, è classico che chi va a vedere la "Gioconda" al Louvre pensi "ma è così piccola??", mentre chi vede la "Pietà" di Michelangelo a San Pietro pensa "è davvero così bella.. anche di più..". Però la Gioconda è la Gioconda e non si discute. Perché è la Gioconda, e l’immagine culturale che ne abbiamo è infinitamente più grande e potente della realtà della tela. La Pietà è un capolavoro tridimensionale che non ha bisogno di altro al di là di se stesso per imporre il suo valore assoluto. La sua grandezza è nella potenzialità interna, non nei rimandi esterni. La Gioconda si amplifica nelle citazioni, nelle definizioni, nei libri, nei film, in tutto ciò che di lei parla. La Pietà non necessita di altro se non dell’aria tra il viso della Madonna ed il Cristo morto. Perché in quello spazio d’aria c’è la storia dell’Uomo, tra una Madonna giovanissima che appare ancora partoriente ed un Cristo che è Fine.

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meravigliarsi

19 01 2010

Una cosa che credo faccia bene alla salute è riuscire a mantenere la capacità di meravigliarsi e stupirsi. Non è semplice tenere a sé questa abilità nel corso degli anni, ma se accade è una gran bella cosa. Riuscire ad esperire meraviglia e stupore per cose anche piccole che ci regalino un momento di piacere, serenità magari, benessere.

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vorrei scrivere un post

14 01 2010

Sto post è lungo. Ho impressione che più tempo faccio passare dall’ultimo post, più mi verrà difficile scrivere. Forse è vero che più tempo si fa scorrere senza scrivere, più si hanno cose da dire e meno si sente la capacità di farlo.

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